IL FEELING CON LA SETTIMA ARTE

 

Alfonso Gatto e il mondo del cinema. Da Muscetta a Pasolini

di Paolo Speranza

 

C’è un’immagine che, forse più di ogni discorso critico, ci aiuta a evocare l’intenso rapporto tra Alfonso Gatto (di cui l’8 marzo ricorre il 50° della scomparsa) e il cinema: la fotografia, in una pausa di Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, che ritrae il poeta, nei panni dell’apostolo Andrea, insieme ad una irriconoscibile Elsa Morante e ad una giovane comparsa. Uno scatto “rubato”, nell’estate del ’64, sul set di Massafra: “Lungo le strettoie del vecchio centro storico mi capitò di notare Alfonso Gatto insieme a Elsa Morante mentre si riposavano in uno stanzone buio e fresco. Se ne stavano stravaccati su mucchi di fiscoli in mezzo a torchi e tini, in un frantoio vinicolo. Riuscii a fare un solo scatto. Dopo mi chiesero se si potesse procurare un po’ d’acqua fresca”, ricorda il fotoreporter Domenico Notarangelo in Pasolini. Scatti rubati, a cura di Cetta Brancato, edito da “Quaderni di Cinemasud”.

In quell’istantanea affiorano i sentimenti con cui Gatto ha vissuto il suo feeling con la settima arte: un’assoluta disponibilità, un’attrazione antica, persino una naturalezza da attore consumato (sebbene avesse allora al suo attivo un solo film, nel lontano ‘46: Il sole sorge ancora, di Aldo Vergano, nei panni di un macchinista).

Grazie a Pasolini, confessò su “L’Europa letteraria”, aveva riscoperto l’autentica poesia del Vangelo. E per lui tornerà sul set quattro anni dopo, in Teorema. Con identico entusiasmo risponderà ai successivi inviti di Francesco Rosi, in Cadaveri eccellenti, e di Mario Monicelli per Caro Michele, usciti entrambi nell’anno della sua scomparsa.

Due anni prima era toccato a lui, alla Radio e poi nella sua Salerno, commemorare l’amico Vittorio De Sica: “Direi che nei risultati migliori, nella qualità migliore del suo racconto cinematografico, nel giungere a questo potere di evocazione per dati addirittura descrittivi del presente, De Sica sia stato veramente uno dei pochi registi non soltanto italiani ad essere poeta, vicino in questo, forse, soltanto a René Clair e a Charlot”, aveva affermato a conclusione del suo discorso, pubblicato molti anni dopo su “Civiltà della Campania”, da critico cinematografico autorevole ed esperto.

L’esordio di critico cinematografico per Gatto risaliva al 1937, sul periodico fascista di Firenze “Il Bargello”, e questa appassionata attività, tuttora poco nota, si consolidò nel dopoguerra su varie testate (da “Film d’oggi” e “Cinematografo” al “Giornale del Mattino”) e con più continuità negli anni ’60 sul settimanale comunista “Vie Nuove”.

Tutti indizi dell’indiscussa importanza del cinema nella vita e nella poetica di Gatto. E pensare che al “cinematografo” il futuro poeta si era avvicinato, nella Salerno della sua adolescenza, persino con timore: “Dal Teatro Italia m'ero sempre tenuto lontano per paura”, ricorderà, rievocando con nostalgia quel sito misterioso e magico, “di legno, grande, giallo, dipinto con lo stesso colore degli stabilimenti balneari, dai quali era a poca distanza, su un terreno vago, dove la villa comunale finiva con pochi pinastri nani e con qualche albero di robinia e di pepe”.

In quella sala dall’atmosfera rumorosamente popolare, dove “i signori non c’entravano”, la star era Gennariello, figlio di Elvira Notari, la prima regista italiana, “l'attore-personaggio del cinema napoletano di quegli anni”.

A Firenze e Milano i gusti si raffinarono: da Hollywood ecco Rodolfo Valentino (al quale dedicherà nel ’51 un reportage dalla natia Castellaneta), Chaplin – a cui riserva importanti scritti critici – e la “divina” Greta Garbo: passione condivisa, rivela una lettera del ’33, con l’amico avellinese, e futuro critico letterario, Carlo Muscetta.

L’amore per la letteratura e i classici, prima di tutto. Ma anche la passione per il cinema, il comune sentire “meridiano”, come si direbbe oggi, e l’entusiasmo giovanile per un futuro radioso e di belle speranze. Di queste profonde sintonie si è alimentata, fin dagli anni Trenta, la lunga e intellettualmente proficua amicizia tra Muscetta e Gatto, che all’amico irpino si rivolge con affetto e familiarità firmandosi nelle lettere, con semplicità e una salutare dosa di ironia, “Fonzo”.

Dall’epistolario tra questi due grandi intellettuali del Sud, che nelle città del Centro-Nord trovarono lavoro e riconoscimenti culturali (Muscetta a Firenze e poi Roma, Gatto nello stesso capoluogo toscano e quindi a Milano), rivivono numerosi spunti e motivi di interesse nell’epistolario pubblicato nel 2011 dalle edizioni Il Girasole di Valverde, in provincia di Catania (città dove Muscetta insegnò e visse a lungo negli ultimi anni), con il titolo Carlo Muscetta/Alfonso Gatto, a cura dello studioso Vincenzo Frustaci.

Da questa fraterna e solidale condivisione di ideali e speranze, gusti e passioni, ma anche di materiali difficoltà quotidiane (soprattutto per Gatto), si sviluppò un rapporto di collaborazione e di reciproche influenze e suggestioni culturali. Per il poeta salernitano, nel dopoguerra, verrà infine la scoperta del grande cinema italiano: Pasolini, e prima ancora De Sica-Zavattini e Federico Fellini: “Egli vede per noi le cose che qualche volta abbiamo creduto di vedere”, scrive nell’onirico elzeviro La noce che scende le scale. Proprio come per quel ragazzo di Salerno che aveva scoperto la magia del grande schermo sulle panche del Teatro Italia: “Il cinema, in quegli anni e nei luoghi di cui vi parlo, era un modo di dar corpo alle ombre (lo è forse anche adesso) e di ricordare quello che si era creduto di vedere”.

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(Paolo Speranza storico saggista e docente)