RILEGGENDO
TULLIO KEZICH
"I
film degli altri" secondo Pasolini. Un colpo a freddo per tanti cinefili
di Paolo Speranza
La dolce vita,
bersagliato dalla censura democristiana e da “L’Osservatore romano”, è in
realtà “un film cattolico» e decadente”. La Nouvelle Vague, che ha rinnovato
temi e linguaggio del cinema francese, è addirittura “reazionaria”. Quanto a La
corazzata Potemkin, «è proprio un brutto film», rivelatore del «servilismo
propagandistico» di Eisenstein (sic) mentre Sussurri e grida,
generalmente considerato un capolavoro, «segna invece un’imprevedibile
involuzione nella storia stilistica di Bergaman».
E
fermiamoci qui, almeno per ora. È sufficiente questo incipit, ne siamo
certi, per procurare un colpo a freddo, un risveglio brusco e sgradevole, per
tanti cinefili, dal mondo dorato dei miti e delle certezze della settima arte. Addirittura uno choc, forse, per i critici “buonisti”. Ma il
Pasolini critico di cinema è così: prendere o lasciare, dunque, rinunciando nel
secondo caso alla lettura (che invece consigliamo vivamente) di I film degli
altri, curata da Tullio Kezich per le edizioni Guanda.
Definire
il Pasolini critico originale e anticonformista è dire niente: egli “legge” i
film con passionalità e competenza, coraggio e partecipazione emotiva, senza
cedimenti alle mode o timori reverenziali, risultando in ultima analisi
imprevedibile e sovversivo, ma sempre illuminante. Perché alla fine del libro,
coinvolgente come pochi nel suo genere, il cinema e l’arte non saranno più, per
nessuno, quelli di prima. Lo sguardo penetrante e spesso iconoclasta di
Pasolini avrà infine fatto giustizia, anche nel lettore più smaliziato e
prevenuto, del senso estetico comune, frutto del conformismo e di pigrizia
mentale, spesso, più che si analisi motivale e profonde.
Quei
giudizi critici così netti finiscono per provocare una “costante e continua
irritazione”, confessa lo stesso Kezich nella sincera, e non retorica,
prefazione. Per poi aggiungere con ammirazione, poco più avanti, che “il grande
critico non è quello con cui si va d’accordo, l’esperto che ti solleva
benignamente al suo livello lasciandoti intendere che la pensi come lui, ma
piuttosto un guastafeste, un seminatore di dubbi, un avanzatore”.
E in ciò Pasolini critico, scandaloso per scelta e per vocazione, non è secondo
a nessuno: nemmeno al Pasolini sceneggiatore, autore, regista. Uno scandalo,
anche in queste pagine, consapevole e spesso compiaciuto, mai però fine a se stesso, sempre provocato, in primo luogo, dalla capacità
straordinaria di guardare più lontano, e più avanti, degli altri.
I
film degli altri, si
badi bene, non va letto esclusivamente nell’ottica
della curiosità, della scoperta quasi masochistica di giudizi imprevedibili e
fulminanti, che possano continuamente sorprenderci e spiazzarci. Nelle sue
critiche c’è innanzitutto il grande intellettuale, capace di parlare ai dotti
come al popolo: l’analisi di un film, in Pasolini, non prescinde mai dalla sua
competenza di cineasta, corroborata da una sensibilità artistica e letteraria,
da una passione politica, da una tensione etica e sociale.
Per
questo le critiche più riuscite sono quelle iniziali, degli anni Cinquanta:
incisive, brillanti, con uno stile più giornalistico e diretto, cariche di
amore per il cinema anche quando fa esplodere la vis polemica. Il
critico dei settimanali “Reporter” e “Vie nuove” si rivela ancora capace di uno
sguardo «esterno» e sufficientemente disinteressato nei confronti di un mondo,
quello del cinema, in cui è destinato a diventare a breve un protagonista
importante.
Il
Pasolini degli anni Sessanta, che firma per “Tempo Illustrato”, è ormai un
cineasta affermato e coinvolto, pronto a spendere tutto se
stesso per affermare la sua visione del cinema e della regia. Sua e dei suoi
amici e collaboratori, che sogna di lanciare come un gruppo nuovo e coeso nel
panorama del cinema europeo. Qui il Super-Io di Pier Paolo non conosce più
ostacoli, polemizzando senza riserve contro chi, nell’establishment
cinematografico, ne sottovaluta il ruolo e il talento. Emblematiche, al
riguardo, le polemiche a tutto campo del ’69, l’anno di Porcile: contro
i giornali, i critici italiani (senza risparmiare nemmeno Pietro Bianchi) e
quelli sovietici, giungendo a definire il Festival di Mosca «il più vergognoso
di tutti i Festival». Quello che scrive, in queste occasioni, non è più il
critico passionale ma lucido, ma il Pasolini artista-ferito dai pregiudizi e
dalle mode. A volte irascibile (Momento d’ira è il titolo di un breve
scritto, di sapore giambico, del ’69) ma sempre sincero, mai ipocrita, pronto a
mettere a nudo, coraggiosamente, le sue ragioni e i suoi sentimenti. Come
quando scende in campo a difendere il suo piccolo team:
generoso e iperprotettivo, Pasolini sfodera la spada (la clava, secondo Kezich)
per sostenere Bertolucci e Moravia, e più avanti i Citti e Naldini, fino a
subire una delle sue rare defaillances quando
profetizza un futuro radioso da regista-autore, per La coppia, all’amico
scrittore Enzo Siciliano.
La
terza fase, l’ultima, sulle pagine di “Cinema nuovo” e “Playboy”, è quella
della riflessione estetica più matura. Le critiche pasoliniane perdono
l’immediatezza spumeggiante e immaginifica degli esordi giornalistici,
acquistando le dimensioni, la profondità di piccoli saggi, rivolti a un
pubblico di specialisti, intrisi di conoscenze tecniche e citazioni letterarie.
Alcune pagine, per stile e argomenti, riecheggiano l’estetica del cinema di
Barthes. Pasolini condivide, del semiologo parigino, l’ancoraggio coerente
all’ideologia marxista, l’ammirazione per il «realismo artistico» di Visconti e
Rossellini, l’aperta diffidenza per gli autori virtuosistici e assertori di un
disimpegno ideologico che nasconde in realtà (e Barthes e Pasolini sono
abilissimi a svelare) una visione dell’arte e della società conservatrice o
reazionaria. La polemica pasoliniana contro i Godard e i Truffaut raggiunge qui
l’acme. Contemporaneamente, fedele ad un’orgogliosa e costante ammirazione per
il cinema italiano di qualità, spende tutto il suo prestigio intellettuale e di
regista per autori emergenti, come la Cavani (Milarepa:
“un film davvero bello”) e il Ferreri di La grande abbuffata. Le pagine
su Fellini, poi, sono in assoluto fra le cose più originali e profonde, pur con
qualche riserva di troppo sul regista riminese, lasciateci da Pasolini:
assolutamente da leggere, e valutare criticamente, sono i continui richiami
alla letteratura (La dolce vita decadente e Amarcord
crepuscolare) e il parallelismo Fellini-Gadda sul terreno ideologico-estetico.
Così
come restano memorabili i rari giudizi positivi, netti e fulminei, sugli attori
e le star: da Ingrassia a Bonacelli, da Tognazzi (“uno degli uomini più buoni e
intelligenti che io abbia conosciuto”) a “quel fenomeno delizioso che è Marilyn
Monroe”.
Da
antologia, infine, è a nostro avviso un articolo del ’60 sulla comicità di
Alberto Sordi: qui Pasolini non solo anticipa, motivando da par suo, la celebre
invettiva di Nanni Moretti in Ecce bombo (“vi meritate i film di Alberto
Sordi!”) ma finisce per elaborare un lucidissimo e amaro pamphlet
sull’Italia cinica e provinciale dell’era democristiana. Laddove lo
«scandaloso» Pasolini rivela, ancora una volta, una dimensione etica e un’ansia
religiosa che lo accompagneranno, tra violente contraddizioni, nel suo
tormentato itinerario artistico e umano.
(Paolo
Speranza storico, saggista e docente)