Abu Dhabi dice
addio all'Opec dopo quasi 6 decenni
di Peter
Ferrante
LONDRA - Sono
entrati nell'Opec prima ancora di essere un Paese, prima di essere
ufficialmente nati sulle cartine e sui mappamondi. Gli Emirati Arabi Uniti
diventarono uno Stato nel 1971, ma da quattro anni erano già una delle
punte di diamante dell'Organizzazione dei produttori di petrolio insieme
ad Arabia Saudita, Iraq e Iran. Come un fulmine a ciel sereno, 59 anni dopo,
Abu Dhabi ha annunciato l'addio al "cartello del greggio". Un
divorzio improvviso ma prevedibile, frutto di tensioni interne esacerbate
dal conflitto
in Iran. Ma soprattutto da un freddo calcolo matematico ed economico. Gli
Emirati non intendono più farsi dettar legge da nessuno, a maggior ragione se
si tratta di oro nero.
La prima
lettura, la più immediata, è quella che guarda ai semplici numeri. Con l'addio degli Emirati Arabi Uniti, l'Opec perde circa il
12-15% della sua produzione. Ma il grande colpo non arriverà solo in
termini di barili immessi quotidianamente nel mercato, bensì in "capacità
produttiva in eccesso". Il margine di produzione di Abu Dhabi,
rispetto al tetto giornaliero fissato dall'Opec, è infatti il secondo più ampio
dietro alla sola Arabia Saudita. Questo significa che, nel caso in cui ci sia
bisogno di immettere più barili nel mercato per ottenere un ammorbidimento dei
prezzi, le capacità di raffinazione degli Emirati sono un'arma fondamentale.
Anzi, erano.
Il cartello
del petrolio ha il compito di garantire ai membri un reddito costante, al
contempo limitando la fluttuazione dei prezzi per i produttori e per i
consumatori. Questo significa che l'Opec apre il rubinetto e aumenta la
produzione di barili al giorno se ravvisa un eccessivo innalzamento dei prezzi,
mentre al contrario lo chiude quando i prezzi calano troppo riducendo gli introiti
dei Paesi membri. In questo gioco di "galleggiamento", ogni
Paese membro deve rispettare una quota specifica di greggio da immettere
ogni giorno nel mercato. Per gli Emirati Arabi Uniti quella cifra è di 3,4
milioni di barili al giorno. Peccato che la sua capacità attuale ammonti a
4,85 milioni di barili, arrivando a 5 milioni entro dodici mesi grazie a
ulteriori investimenti tecnologici. Primo tra tutti l'oleodotto Habshan–Fujairah, con una capacità di 1,5-1,8 milioni
di barili al giorno, che permetterà di aggirare lo Stretto di Hormuz e
scongiurare almeno in parte le conseguenze dell'attuale - e di futuri - blocchi
navali.
Dalla
matematica si arriva velocemente alla geopolitica. Abu Dhabi è consapevole che
quegli 1,6 milioni di barili sono un'enorme potenzialità inespressa, e quindi
un introito mancato. Nel frattempo, l'Arabia Saudita riversa sulle petroliere
quasi 10 milioni di barili al giorno. Le tensioni
interne al cartello, e in particolare tra gli Emirati e Riad, erano note.
La guerra e il blocco di Hormuz hanno fornito la spinta sufficiente a uno
strappo che era già nell'aria. Rimanere nell'Opec significava infatti
rinunciare a un facile guadagno per sottostare a una regolamentazione piovuta
dall'alto e, agli occhi degli Emirati Arabi Uniti, voluta da Riad anche per
tenere al guinzaglio gli altri produttori di greggio. Una conclusione a cui era
giunto il Qatar nel 2018, dichiarando proprio l'uscita dal gruppo.
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