Caso
Epstein, il Congresso riaprirà la lunga notte del mistero
di
Massimo Jaus - La Voce di New York
NEW YORK - Il
caso Epstein continua a riemergere come un relitto che la politica americana
non riesce mai davvero a lasciarsi alle spalle. Anche mentre l’attenzione
pubblica è catturata da crisi internazionali e venti di guerra, la vicenda del
finanziere accusato di traffico sessuale torna ciclicamente in superficie,
trascinando con sé dubbi, omissioni e interrogativi che non hanno mai trovato
una risposta convincente.
Adesso è il
Congresso a riaprire il fascicolo. La Commissione di Vigilanza della Camera ha
deciso di interrogare le due guardie carcerarie che erano di turno nella notte
in cui Jeffrey Epstein fu trovato morto nella sua cella del Metropolitan Correctional Center di New York, nell’agosto del 2019. La
prima a essere convocata è Tova Noel, una delle agenti penitenziarie presenti
nel braccio di detenzione speciale dove Epstein era rinchiuso mentre attendeva
il processo per traffico sessuale.
La sua
testimonianza è prevista per il 26 marzo, a porte chiuse, ma il solo fatto che
il Congresso torni a interrogare i secondini segnala quanto la versione
ufficiale della vicenda continui a essere contestata e incompleta.
Le domande
su quella notte
Secondo la
ricostruzione ufficiale, Epstein fu trovato privo di sensi nella cella numero
220 del nono piano del carcere intorno alle 6:30 del mattino del 10 agosto
2019. Il personale medico tentò di rianimarlo e lo trasportò d’urgenza al Presbyterian Hospital di New York, dove il decesso venne
dichiarato un’ora dopo. Il medico legale stabilì che si trattava di suicidio.
Ma la sequenza
degli eventi di quella notte non ha mai convinto del tutto investigatori,
giornalisti e ora anche il Congresso.
A rendere la
vicenda ancora più controversa c’è una coincidenza che negli anni ha alimentato
sospetti e polemiche. Proprio quella notte le telecamere di sorveglianza del
settore dove era detenuto Epstein non funzionavano. Secondo le ricostruzioni
ufficiali, il sistema di videosorveglianza del corridoio esterno alla sua cella
era fuori uso, e anche alcune delle telecamere che avrebbero dovuto riprendere
gli accessi all’area risultarono inutilizzabili.
Un guasto
tecnico che ha reso impossibile ricostruire con precisione i movimenti
all’interno del reparto nelle ore decisive.
Noel e il
collega Michael Thomas avrebbero dovuto controllare Epstein ogni trenta minuti,
come previsto dal regolamento per i detenuti ad alto rischio. In realtà,
secondo l’accusa formulata all’epoca dai procuratori federali, i due agenti
trascorsero gran parte del turno navigando su internet e dormendo, senza
effettuare i controlli prescritti.
I registri
carcerari furono falsificati per far credere che le ispezioni fossero state
eseguite. Per questa ragione entrambi furono incriminati nel 2019. Il
procedimento si concluse con un accordo che portò all’archiviazione delle
accuse in cambio di lavori socialmente utili e della collaborazione con
l’indagine dell’Ispettorato generale del Dipartimento di Giustizia.
Formalmente il
capitolo giudiziario sembrava chiuso. Politicamente e investigativamente,
però, la storia non è mai finita.
La ricerca
su Google e i versamenti sospetti
I nuovi
interrogativi nascono dai documenti diffusi negli ultimi mesi dal Dipartimento
di Giustizia nell’ambito dell’“Epstein Files Transparency
Act”, la legge approvata dal Congresso che ha imposto la pubblicazione di
milioni di pagine di materiali sull’inchiesta.
Tra quei
documenti è emerso un dettaglio che ha subito attirato l’attenzione dei
parlamentari.
La mattina del
10 agosto 2019, alle 5:42 e poi di nuovo alle 5:52, qualcuno dal computer
utilizzato da Tova Noel effettuò ricerche su Google con la frase “ultime
notizie su Epstein in carcere”. Meno di quaranta minuti dopo il suo collega
avrebbe trovato il finanziere senza vita.
Durante un
interrogatorio nel 2021 con l’Ispettorato generale del Dipartimento di
Giustizia, Noel dichiarò di non ricordare quelle ricerche. Disse che il
computer del carcere apriva automaticamente pagine di notizie quando veniva
acceso e che quindi potevano essere comparse informazioni su Epstein senza che
lei le cercasse attivamente.
La
spiegazione non ha convinto tutti
A questo
dettaglio si aggiunge un altro elemento che la Commissione della Camera
considera meritevole di chiarimenti. In quel periodo la banca della donna
segnalò alcune operazioni finanziarie considerate insolite, tra cui un
versamento in contanti di circa cinquemila dollari classificato come sospetto.
Il presidente
della Commissione, il deputato repubblicano del Kentucky James Comer, ha
spiegato in un’intervista televisiva che nessuno accusa direttamente Noel di
aver commesso un reato, ma che quei movimenti di denaro non risultano essere
stati esaminati con attenzione nelle indagini precedenti.
“È un vero
mistero”, ha detto Comer. “Nei documenti del Dipartimento di Giustizia non
risulta che qualcuno abbia mai approfondito quei versamenti.”
L’ultima
persona a vedere Epstein vivo
Nel corso
delle indagini precedenti, Noel ha dichiarato sotto giuramento di ritenere di
essere stata l’ultima persona ad aver visto Epstein ancora vivo, intorno alle
dieci di sera del 9 agosto.
Le telecamere
di sicurezza mostrano che poco dopo, alle 22:40, un agente penitenziario
ritenuto essere proprio Noel entrò nel corridoio del piano dove si trovava la
cella del finanziere trasportando biancheria o indumenti destinati ai detenuti.
È l’ultima
presenza documentata nel settore prima del ritrovamento del corpo.
Durante le
audizioni con gli investigatori, la donna ha negato di aver distribuito
biancheria ai detenuti quella notte e ha affermato di non aver consegnato a
Epstein alcun indumento in più. Nella cella del finanziere, però, furono
trovati tessuti e lenzuola che secondo gli investigatori furono utilizzati per
improvvisare il cappio.
Sono
discrepanze che da anni alimentano sospetti e teorie, e che ora il Congresso
vuole chiarire interrogando direttamente i due secondini.
Il mistero
del settantatreesimo detenuto
Ma non è
l’unico punto oscuro della vicenda. Tra i documenti e i registri del
carcere esaminati negli ultimi mesi dai parlamentari compare anche un dettaglio
curioso che gli investigatori interni non hanno mai spiegato in modo
definitivo. Nelle ore precedenti alla morte di Epstein, tra i detenuti presenti
nella sezione dove era rinchiuso il finanziere risultavano 73 carcerati.
All’appello del giorno dopo risultavano 71 detenuti, un numero che non
corrisponde ai registri ufficiali del reparto.
Di uno di quei
detenuti, secondo alcune ricostruzioni emerse nelle indagini parlamentari, si
sarebbero perse le tracce. Il suo nome non compare più nelle liste e non esiste
una spiegazione sulla sua presenza o sulla sua eventuale uscita dal reparto.
Per ora si
tratta solo di un’anomalia burocratica, ma nel clima di sospetto che circonda
da anni la morte di Epstein anche questo dettaglio è diventato un elemento da
chiarire.
Un caso che
non si chiude
A quasi sette
anni dalla morte del finanziere, la vicenda continua dunque a produrre nuove
domande. Il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato oltre tre milioni di pagine
di documenti, insieme a migliaia di immagini e video, ma molte parti dei
fascicoli sono state oscurate per ragioni di privacy e alcune sono state
rimosse dopo la pubblicazione iniziale.
Le vittime di
Epstein chiedono trasparenza, i parlamentari vogliono capire se ci siano stati
errori o omissioni nelle indagini, e la politica americana resta divisa tra chi
considera il caso un capitolo chiuso e chi ritiene che molti aspetti non siano
mai stati chiariti.
L’audizione di
Tova Noel potrebbe essere solo un passaggio formale. Oppure potrebbe riaprire
una storia che, nonostante gli anni trascorsi e le versioni ufficiali, continua
a lasciare dietro di sé più domande che risposte.
***
(Massimo
Jaus, www.lavocedinewyork.com
- Romano e tifoso giallorosso. Negli Stati Uniti dal 1972. Giornalista
professionista dal 1974. Vicedirettore del quotidiano America Oggi dal 1989 al
2014. Direttore di Radio ICN dal 2008 al 2014. È stato corrispondente da New
York del Mattino di Napoli e dell’agenzia Aga)