"Repubblica" non sfonda. A Roma "Il Messaggero" raddoppia. Inutile assalto di Molinari

di Vittorio Roidi

 

ROMA - L’assedio sarà lungo. I primi assalti che le truppe di Molinari hanno portato al fortino di Martinelli non sembrano infatti aver dato risultati concreti. Le prime fasi del duello Repubblica-Messaggero per il primato nella capitale non portano buone notizie a largo Fochetti. Le mura del palazzo di via del Tritone non appaiono neppure scalfite, dice il risultato delle vendite in edicola nel mese di ottobre: circa 20 mila copie giornaliere per il vecchio quotidiano di Caltagirone, non più di 12-13 mila per il capofila della scuderia Gedi capitanata da John Elkann.

 

Vedremo in futuro. Le radici del Messaggero sono secolari e la conquista dei lettori è sempre stata operazione ardua. Serve costanza, le copie si prendono una alla volta, si diceva un tempo. Ed è ancora così. Massimo Martinelli, l’ex cronista di giudiziaria arrivato alla direzione del Messaggero alla fine del regno di Virman Cusenza, non ha cambiato granché la struttura del giornale. Le sue 18 pagine della Cronaca romana sembrano non temere le aspirazioni di quella dell’avversario. Il formato ancora lo favorisce, spazi larghi, molte foto, grafica aggressiva. La Cronaca di Repubblica è di solito a 20 pagine, più piccole, più impigliate dalla pubblicità e da una titolazione che inutilmente Carlo Verdelli, il predecessore di Molinari, aveva cercato di forzare e sveltire. Il tabloid fa sempre più fatica negli scontri faccia a faccia.

 

E poi c’è il terzo incomodo, il Corriere della Sera, che vende in città 10-12 mila copie, non molte, ma neppure a via Solferino hanno cambiato strategia. Dal direttore Fontana e dai suoi uomini non sono partiti proclami né commenti. Il Corriere, forte sul mercato nazionale delle sue 40 mila copie in più rispetto a Repubblica (190 mila contro 150 mila nel mese di ottobre) sembra non temere la concorrenza dell’avversario.

 

Maurizio Molinari si è trovato a dirigere Repubblica nel momento peggiore. Ad aprile, il mese in cui si è insediato, fra edicole e abbonamenti il quotidiano ha venduto in media a Roma 15.343 copie (il venerdì grazie al supplemento è arrivato a 20.000), il Corriere 12.676, il Messaggero 21.214. I mesi successivi per Repubblica sono stati tutti in discesa: 14.614 maggio, 11.844 giugno, 10.403 luglio, 8.593 agosto. Un disastro e grande preoccupazione, anche per gli altri giornali. Tutti gli anni, d’estate le vendite sono sempre calate, ma questo orribile 2020 ha fatto temere il peggio. La causa: molti avevano abbandonato la città, la pandemia rallentava e i cittadini apparivano meno preoccupati e solo desiderosi di andare in vacanza e distrarsi.

Poi la situazione è migliorata: Repubblica ha segnato 12.908 a settembre e 13.844 a ottobre, il Messaggero è arrivato a 18.949 a settembre, 20.225 a ottobre. Anche lo scontro Trump-Biden nelle elezioni americane ha probabilmente contribuito ad una maggiore voglia di leggere e capire. I giornali hanno dato grande risalto alla morte di Gigi Proietti (Repubblica ha regalato anche un libro), nella convinzione che l’attore fosse amato da tutti, ma in modo particolare dai romani.

 

Vendere i giornali è sempre stata impresa difficile. Maurizio Molinari, quando era arrivato sulla poltrona che era stata di Scalfari, Mauro, Calabresi e Verdelli, aveva deciso subito di puntare sulla capitale. Senza abbandonare il carattere colto, progressista, nazionale e internazionale del quotidiano, aveva pensato che le copie avrebbe potuto conquistarle soprattutto a Roma. Ad agosto aveva scritto di voler testimoniare quanto fossero “profonde le radici di Repubblica nelle zolle della città eterna”. Mirava al primato. Per questo ha speso grandi energie, anche personali, in giro per la città. Ha cominciato a fare la riunione del mattino, insieme con i suoi capidesk, alle Scuderie del Quirinale, al teatro dell’Opera, all’ospedale Spallanzani, a Porta Pia; si è impegnato in confronti pubblici con i cittadini; ha aperto on line un dialogo in vista delle elezioni di primavera; ha promesso che il giornale sarebbe stato il difensore della gente romana.

 

Le edicole non hanno ripagato tante attenzioni. Il primato del Messaggero finora non è stato scalfito. Non bisogna dimenticare che il giornale guidato ora da Martinelli è fortissimo nell’intera provincia di Roma, dove il Messaggero vende il doppio delle copie di Repubblica. Il pacchetto complessivo di 121 mila copie dei quotidiani, secondo la rilevazione Ads, è così formato: 37.420 il Messaggero, 19.800 Repubblica, 15.800 Corriere dello sport-Stadio, 13.000 l’Avvenire, 13.000 Corriere della Sera, 23.800 gli altri quotidiani (capeggiati dal Tempo). Gara difficile, insomma, quella ingaggiata da Repubblica che, a meno di iniziative mirabolanti, durerà a lungo. Vedremo se la corsa per il rinnovo del Campidoglio sveglierà i romani e darà uno scossone alle classifiche.

 

Però c’è da domandarsi se Molinari, anziché attaccare frontalmente il colosso (già indebolito) di Caltagirone – che vende in totale in Italia appena 60-62 mila copie – non farebbe bene a tentare di penetrare dalle periferie. Roma è enorme e nella sua cintura esterna vivono migliaia di persone che con i quotidiani hanno scarsa dimestichezza. Lì le mura costruite dal Messaggero sono più fragili, più penetrabili. Lì si possono vendere nuove copie? Il ricordo va al 1985 quando il giornale di Vittorio Emiliani lanciò (stavo per scrivere “lanciammo”) un inserto dedicato ai Quartieri e riuscì a ottenere 5-10 mila copie in più, già nelle prime settimane. Raul Gardini e Carlo Sama poi cambiarono rotta e decisero di conquistare lettori nelle città dell’Emilia e Romagna, con un tonfo editoriale che fece sprofondare il bilancio dell’azienda. Fu l’inizio dei guai, dei prepensionamenti e del declino del più grande giornale di Roma. I territori, le periferie, forse chi vuole conquistare il primato deve cominciare da lì.

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(Vittorio Roidi - www.professionereporter.eu)