Minipartiti tanto piccoli ma forse son decisivi

 

di Sergio Rizzo - L'Espresso

 

ROMA - Il sogno dell’incontenibile Cateno De Luca, detto Scateno, «è fare il presidente della Regione siciliana». Parole sue e c’è da crederlo. La strategia? Non dare tregua a Renato Schifani e alla coalizione di centrodestra che guida. Eppure alle prossime elezioni politiche nazionali ha già detto che il suo partito, Sud chiama Nord, sta con Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia gli ha offerto una scialuppa del gruppo misto della Camera per aggirare lo scoglio delle firme. Lui ricambia: «All’amore clandestino che ci ha offerto il centrosinistra abbiamo preferito fare le cose alla luce del sole». Certo, com’è, che con Sud chiama Nord al centrodestra Roberto Vannacci non serve più.

 

Il mercato dei partitini, perché di mercato si tratta, è da mesi in piena frenesia. Chi ritiene di controllare un bacino anche minuscolo di voti pensa di avere la chiave per sovvertire il sottile equilibrio fra destra e sinistra. Convinto che pochi ma decisivi voti si dovrebbero pagare a peso d’oro. Il che dice tutto sul degrado del nostro sistema politico.

 

I precedenti sono formidabili. Il caso più clamoroso, quello dell’Unione: la coalizione guidata da Romano Prodi nel 2006, composta da 15 partiti. Una marmellata informe che comprendeva anche due partiti comunisti, due liste dei consumatori e il marchio Italiani nel mondo di Sergio De Gregorio (passato poi con Silvio Berlusconi per 3 milioni di euro). Oltre al partito pensionati di Carlo Fatuzzo reduce dal centrodestra, che dopo le elezioni rivendicò di essere stato l’artefice della vittoria di misura di Prodi. E per questo si aspettava un posto al governo. Quando il posto non arrivò, dichiarò guerra a Prodi e tornò nelle braccia di Berlusconi.

 

Uno schema, con qualche variazione sul tema, che continua a ripetersi. A destra il laboratorio di Noi con l’Italia di Maurizio Lupi ha messo in mostra una effervescenza senza precedenti. Dentro c’era Direzione Italia di Raffaele Fitto, poi folgorato da Fratelli d’Italia. E Cantiere popolare di Francesco Saverio Romano, ex ministro nell’ultimo governo del Cavaliere. E Alternativa popolare di Enrico Costa, figlio di Raffaele Costa. E Fare! dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. E l’Udc di Lorenzo Cesa. E Identità e Azione di Gaetano Quagliarello. E quel che restava di Scelta Civica, con Enrico Zanetti. E Italia al Centro di Giovanni Toti, federato con Europeisti e Noi di Centro di Clemente Mastella. E Coraggio Italia dell’ex sindaco di Genova Luigi Brugnaro. Un cartello sterminato, che nel 2022 ha prodotto 254 mila voti. Adesso, nella continua peregrinazione per le vie del Parlamento, al gruppone di Noi Moderati si è agganciato anche Italia dei Valori. Il partito fondato da Antonio Di Pietro, uscito dai radar, esiste ancora.

 

Il bello è che nella coalizione vincente alle elezioni del 2022 adesso c’è anche una Democrazia cristiana con il nome del suo leader nell’intestazione: Democrazia cristiana con Rotondi, DcR. Roba da far rivoltare nella tomba i padri dello Scudo crociato. Il partito l’ha fondato nel 2023 Gianfranco Rotondi dopo essere stato eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Così ironicamente fedele al credo democristiano (di destra) che il simbolo è una balena bianca. Metafora straordinaria coniata dal giornalista Giampaolo Pansa, che se fosse ancora vivo potrebbe chiedere le royalty.

 

La DcR è stata ammessa a beneficiare dei versamenti volontari del 2 per mille dell’Irpef. Nel 2025 ha incassato 36.022 euro. Il triplo dei 12.487 euro spettanti a Italia C’è (al Centro), partito promosso dall’ex deputato Gianfranco Librandi. Uno che, si può dire, ha fatto con la coerenza che contraddistingue il sistema politico made in Italy, il giro completo. Partito da Forza Italia, passa a Scelta civica. Ma prima fonda il partito Unione italiana. Quindi eccolo al Partito democratico. Poi a Italia Viva. Dopo aver fatto nascere Italia C’è si presenta alle Europee con Stati uniti d’Europa ma non ce la fa. Allora ritorna con il suo partitino fra le braccia di Forza Italia, che lo fa vicecoordinatore regionale in Campania. Lui che è di Saronno.

 

Dal centrodestra al centrosinistra. Dove esiste una minuscola formazione politica fondata nel 2023 che si chiama Campobase ed esprime un senatore dell’opposizione. È il trentino Paolo Patton. Quanti poi sanno che il deputato del centrosinistra Paolo Ciani è alla Camera in rappresentanza di DemoS, o Democrazia Solidale? È un partito nato dalla scissione di Popolari per l’Italia di Mario Mauro, già ministro della Difesa del governo di Mario Monti. Presidente è Mario Giro, viceministro degli Esteri nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, fratello dell’ex parlamentare di Forza Italia Francesco Giro.

 

Ma è niente in confronto all’ondata che si prepara per l’anno prossimo.

C’è Progetto civico dell’assessore di Roma Capitale Alessandro Onorato, raccontato dal Foglio come «uomo di punta nel progetto di creazione e federazione di un centro moderato nel centrosinistra, motu proprio e con sostegno di Goffredo Bettini». Un altro ancora ad affollare il centro del centrosinistra. Senza contare il centro del centrodestra e il centro del centro, ovvero quello fuori dai poli con Azione di Carlo Calenda e il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin. Nuovo di zecca.

 

Ma senza trascurare un legame speciale con gli ex grillini, tanto che per i maligni a sinistra sarebbe la quinta colonna di Giuseppe Conte. Che non a caso lo aiuterebbe nella scorciatoia per le firme. Potrebbe fare massa critica, per modo di dire, con il Partito socialista di Enzo Maraio, proprietario dell’Avanti! Online. Ignoto, invece, il destino del Partito repubblicano, che in vent’anni ha subito due scissioni e altrettante riunificazioni con il Movimento repubblicano europeo di Luciana Sbarbati, ostile all’alleanza con il centrodestra. L’ultima pace è stata siglata a giugno 2026.

 

Più uno dell’ex direttore del Fisco Ernesto Maria Ruffini e dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli per evitare anche loro il calvario della raccolta firme si appoggeranno al Centro Democratico di Bruno Tabacci. Che ha negato lo stesso favore a Onorato.

 

La cosa più sensata sarebbe mettere tutte queste schegge centriste (Progetto civico, Più uno, socialisti, forse i repubblicani, Italia viva e magari altri pezzettini) sotto una sigla unica. Impresa impossibile. Dice il proverbio: «Con troppi galli a cantare non si fa mai giorno». Ma di questo passo ci saranno un giorno più partiti che elettori.

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(Sergio Rizzo, a lungo firma autorevole del «Corriere della Sera» e poi vicedirettore di «Repubblica», scrive per «Milano Finanza» e «L’Espresso». È autore di numerosi bestseller tra cui La casta, scritto con Gian Antonio Stella (2007). Tra i suoi libri più recenti ricordiamo 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro (2018), La memoria del criceto (2019) e, con Tito Boeri, Riprendiamoci lo Stato (2020). Per Solferino ha pubblicato Potere assoluto. I cento magistrati che comandano in Italia (2022), Il Titanic delle pensioni. Perché lo Stato sociale sta affondando (2023) e Io so’ io. Come i politici sono tornati a essere intoccabili (2024)