Trump rilancia gli aiuti umanitari all’Onu, ma detta le sue condizioni  

di Stefano Vaccara - La Voce di New York

 

NEW YORK - Due conferenze stampa nel giro di tre ore a New York, in due sedi diverse per un messaggio comune: gli Stati Uniti non intendono abbandonare il sistema umanitario delle Nazioni Unite, ma vogliono cambiarlo profondamente. E soprattutto vogliono controllarlo.

 

Al Palazzo di Vetro dell’ONU e due ore dopo al New York Foreign Press Center, ospitato all’interno della missione americana all’ONU, l’amministrazione Trump ha annunciato un nuovo pacchetto da 1,8 miliardi di dollari per le operazioni umanitarie coordinate dalle Nazioni Unite, che si aggiunge ai 2 miliardi già stanziati a dicembre. In totale, 3,8 miliardi di dollari destinati al sistema ONU nel giro di pochi mesi.

 

A presentare l’iniziativa sono stati l’ambasciatore americano all’ONU Mike Waltz, Jeremy P. Lewin, sottosegretario per gli Affari Umanitari, l’Assistenza Estera e la Libertà Religiosa, e Tom Fletcher, capo degli aiuti umanitari ONU e coordinatore dell’OCHA.

 

Dietro l’annuncio, però, c’è molto più di un semplice elenco di fondi. C’è una ridefinizione politica del rapporto tra Washington e le Nazioni Unite, che riflette pienamente la visione “America First” di Donald Trump. Waltz ha insistito più volte sul fatto che gli Stati Uniti restano “la nazione più generosa del mondo”, respingendo quella che ha definito la narrativa “fake news” secondo cui Washington si sarebbe ritirata dal sistema multilaterale.

 

Ma il cuore del messaggio è stato un altro: niente più soldi senza condizioni, niente più fondi considerati “sprecati”, niente più aiuti umanitari sganciati dagli interessi strategici americani.

 

Lewin lo ha detto in modo ancora più esplicito durante il briefing al Foreign Press Center (vedi video sotto). “Ogni dollaro dei contribuenti americani deve essere programmato in linea con l’interesse nazionale degli Stati Uniti”, ha dichiarato. Parole che rappresentano forse la definizione più chiara della nuova filosofia americana sugli aiuti internazionali: l’umanitarismo sì, ma subordinato alla strategia geopolitica di Washington.

 

Per questo la nuova architettura dei fondi ONU è stata costruita attorno a criteri di “hyper-prioritization”: aiuti concentrati quasi esclusivamente nei casi definiti “life-saving”, cioè emergenze estreme di livello 4 e 5. Secondo Lewin, il 92% dei fondi americani rientra oggi in questa categoria, una percentuale che definisce “la più alta mai raggiunta da un grande donatore”.

 

Ma c’è un altro elemento decisivo: gli Stati Uniti scelgono i Paesi che si possono aiutare con i loro soldi anche se le ragioni sono umanitarie. “Ci sono Paesi nella mia lista che non sono nella lista di Jeremy”, ha ammesso con sorprendente franchezza Tom Fletcher.

 

Il capo degli aiuti ONU ha ricordato che l’OCHA continua a basarsi sui bisogni umanitari globali, includendo crisi come Yemen, Afghanistan e Somalia. Washington invece seleziona le aree dove vede una convergenza con i propri interessi strategici. Una distinzione delicata, quasi diplomatica, che Fletcher cerca continuamente di bilanciare senza entrare in collisione diretta con l’amministrazione Trump.

 

Ed è qui che emerge forse l’aspetto più interessante di queste due conferenze stampa: il difficile equilibrio che il funzionario inglese in forze all’ONU deve mantenere. Da una parte Fletcher ha bisogno disperatamente dei fondi americani. Lo ha detto chiaramente: il sistema umanitario è overstretched, under-resourced and literally under attack, sovraccarico, sottofinanziato e persino sotto attacco. Dall’altra parte deve difendere i principi classici dell’umanitarismo ONU: neutralità, imparzialità e universalità dell’assistenza.

 

Non a caso, Fletcher ha ripetuto più volte che il suo compito resta quello di aiutare “in base ai bisogni” e non in base alle alleanze politiche. Ma ha anche riconosciuto pubblicamente che gli Stati Uniti, “come tutti i donatori”, scelgono dove investire le proprie risorse. Una realtà che all’ONU tutti conoscono, ma che raramente viene dichiarata con tanta trasparenza.

 

Alla Foreign Press, durante le domande, ho chiesto proprio questo: come si concilia l’indipendenza umanitaria dell’ONU con una strategia americana che lega con rigidità gli aiuti all’interesse nazionale? Quindi ho chiesto direttamente a Fletcher come funzioni concretamente questo sistema di “liste” e priorità nazionali imposte dai grandi donatori: cosa succede se esplode improvvisamente una nuova emergenza umanitaria in un Paese che non compare nelle priorità americane, né in quelle di altri grandi finanziatori? L’ONU deve aspettare il permesso politico dei donatori o può intervenire immediatamente?

 

Fletcher non ha evitato la questione, anzi, ha spiegato apertamente che il sistema umanitario ONU vive costantemente dentro questa tensione tra bisogni reali e fondi vincolati dai governi. Il capo dell’OCHA ha ricordato che molti donatori indicano già normalmente i Paesi che preferiscono sostenere, soprattutto attraverso “flash appeals” lanciati durante nuove crisi, come avvenuto recentemente in Libano. Ma poi ha rivelato il vero meccanismo che permette all’ONU di reagire senza attendere autorizzazioni politiche: il CERF, il Central Emergency Response Fund, il fondo d’emergenza globale delle Nazioni Unite. “Quando incontriamo emergenze improvvise, disastri naturali o conflitti che non avevamo anticipato, abbiamo un fondo di emergenza”, ha spiegato Fletcher. Quel fondo, ha aggiunto, ha una base molto ampia di donatori, anche piccoli, e serve proprio a consentire interventi immediati “ovunque la crisi esploda”, senza dover aspettare ogni volta nuove trattative diplomatiche.

 

Fletcher, pur evitando qualsiasi scontro con Washington, ha fatto capire che l’ONU cerca ancora di preservare uno spazio minimo di autonomia umanitaria globale. Un margine di manovra indispensabile per reagire rapidamente quando scoppia una guerra, un tifone o una carestia in un Paese che magari non rientra negli interessi strategici delle grandi potenze. Ma proprio questa risposta ha anche mostrato quanto il sistema resti fragile: il CERF non dispone di risorse illimitate e Fletcher ha ammesso di dover continuamente “calibrare” le emergenze e decidere quali crisi finanziare per prime. In altre parole, dietro il linguaggio della cooperazione internazionale, resta una realtà molto concreta: senza i grandi donatori, e soprattutto senza gli Stati Uniti, oggi il sistema umanitario ONU fatica sempre di più a sopravvivere.

 

Il funzionario britannico ha anche ricordato che grazie ai primi 2 miliardi già stanziati, il sistema ONU è riuscito nei primi quattro mesi del 2026 a raggiungere 14,4 milioni di persone con aiuti salvavita. Più di sei milioni hanno ricevuto assistenza alimentare, oltre dieci milioni accesso ad acqua sicura, centinaia di migliaia di bambini cure contro la malnutrizione grave. Numeri che Fletcher usa come prova concreta del fatto che il sistema ONU, pur criticato e sotto pressione, continua a funzionare.

 

Eppure il messaggio politico americano resta fortissimo. Lewin ha persino rivendicato che Washington “spende meno” rispetto al passato, ma in modo “più mirato”. Ha attaccato apertamente programmi climatici, sociali e DEI, sostenendo che non fosse appropriato per i contribuenti americani finanziarli attraverso il sistema umanitario. Il risultato è una nuova formula: meno universalismo e più selezione politica degli aiuti.

 

Proprio qui emerge il paradosso. Trump e i suoi uomini criticano spesso le Nazioni Unite, accusandole di inefficienza e sprechi, ma allo stesso tempo continuano a usarle come principale piattaforma globale per distribuire aiuti, stabilizzare crisi e proiettare influenza americana.

 

Nel comunicato ufficiale diffuso dal Dipartimento di Stato americano, l’amministrazione Trump ha presentato il nuovo finanziamento come la prova del successo della cosiddetta “Humanitarian Reset”, la riforma avviata con l’ONU alla fine del 2025 per rendere il sistema umanitario “più rapido, più efficiente e più controllabile”.

 

Washington rivendica risultati molto concreti: secondo i dati americani, i primi 2 miliardi di dollari avrebbero già consentito di raggiungere 21,1 milioni di persone in meno di quattro mesi, con l’88% dei fondi distribuiti sul campo in tempi record e il 92% delle risorse concentrate nelle emergenze considerate di livello massimo, i cosiddetti livelli 4 e 5. Ma soprattutto il documento insiste su una parola: accountability. Gli Stati Uniti sottolineano di aver imposto nuovi sistemi di controllo, dashboard pubbliche sui finanziamenti e team speciali contro sprechi, frodi e deviazioni degli aiuti. E ricordano la frase lanciata a dicembre all’ONU: le agenzie umanitarie devonoadapt, shrink, or die”, adattarsi, ridursi o morire.

 

Fletcher, dal canto suo, sembra aver scelto il realismo: accettare le condizioni politiche dei grandi donatori pur di salvare il sistema umanitario in una fase di tagli globali e crisi sempre più devastanti. Per ora, almeno, il matrimonio di convenienza tra ONU e amministrazione Trump continua.

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(Stefano Vaccara  www.lavocedinewyork.com - Sono nato e cresciuto in Sicilia, la chiave di tutto secondo un romantico tedesco. Infanzia rincorrendo un pallone dai Salesiani e liceo a Palermo, laurea a Siena, master a Boston. L'incontro col giornalismo avviene in America, per Il Giornale di Montanelli, poi tanti anni ad America Oggi e il mio weekly USItalia. Vivo a New York con la mia famiglia americana e dal Palazzo di Vetro ho raccontato l’ONU per Radio Radicale. Amo insegnare: prima downtown, alla New School, ora nel Bronx, al Lehman College della CUNY. Alle verità comode non ci credo e così ho scritto Carlos Marcello: The Man Behind the JFK Assassination (Enigma Books 2013 e 2015). Ho fondato e diretto (2013-gennaio 2023) La VOCE di New York, convinto che la chiave di tutto sia l’incontro fra "liberty & beauty" e con cui ho vinto il Premio Amerigo 2018).