Donald Trump il
presidente dimezzato. Il flop del "midterm"
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
Il contrasto è
evidente. Anche sul piano
dell’immagine. Oggi Donald Trump appare più spento, meno combattivo,
persino meno lucido. I sondaggi in vista del midterm confermano una vittoria
dei democratici che tornerebbero maggioranza al Congresso. È un vero incubo per
il presidente Usa. Avrebbe meno margini di manovra per portare avanti la sua
strategia politica. Ma è sul piano internazionale dove mostra la sua debolezza.
L’incontro della scorsa settimana a Washington con il presidente cinese Xi Jinping, dopo 12 anni di vuoto, ha
mostrato un quadro chiaro dell’attuale assetto geopolitico.
Nei suoi primi
24 mesi alla Casa Bianca, Trump ha pensato come sempre più agli affari che ai
diritti umani. Con il leader cinese non c’è stato alcun accenno a Taiwan e alle
pretese di Pechino di integrare l’isola nel suo territorio. Xi
non ha ceduto di un millimetro, mentre il capo dei Maga ha dimostrato una
crescente dipendenza dalla neutralità della Cina. Il vertice sulla sicurezza di
Bishkek, in Kirghizistan, il 31 agosto con Putin e il primo ministro indiano Narendra
Modi assieme a quelli di Turchia, Iran e Armenia ha proiettato un’immagine
di armonia, mutuo sostegno e pragmatismo. Nessun commento sulla guerra in
Ucraina. Un silenzio che contrasta con le critiche del gruppo al conflitto
condotto da Israele e Usa contro Teheran. La Cina si è presentata come un Paese
che proietta ordine e stabilità in un mondo caotico; India e Russia hanno
dimostrato di non essere isolate sulla scena internazionale e di godere del
sostegno di una potenza globale in ascesa. Trump, al contrario, unisce gli
avversari e divide gli alleati. Deve ancora vincere la partita che ha
ingaggiato due anni fa. Ristabilire una supremazia che ha perso. L’occasione
potrebbe essere il vertice dell’Apec di novembre in Cina. Ci sarà anche Vladimir
Putin, con Xi che farà da arbitro e giudice.
È utile
riavvolgere il nastro. L’ascesa inizia nel settembre 2025. Donald Trump è
raggiante. È stato eletto nove mesi prima. Si sente scelto, legittimato, in
grado di sfidare il mondo. Basta con il multilateralismo. Decide la forza. Il
confronto diretto, bilaterale. Mette in discussione persino i confini,
ridisegna la “sua” cartina geografica. Scuote il Canada e il Messico. Si spinge
oltre, rivendica diritti sulla Groenlandia che è legata alla Danimarca da
secoli.
Guarda alla
politica ma pensa agli affari. Inizia con il petrolio. È la sua priorità e lo resterà . Attacca l’Europa e la sua Istituzione. Sono degli
avversari, li considera deboli, arroccati a valori superati. Un ostacolo al suo
progetto di nuovo paladino del mondo. L’offensiva si concentra sulla Nato da
cui minaccia di uscire, sui dazi che aumenta a dismisura, sul green. Vuole
riprendersi il Venezuela che possiede la più grande riserva di petrolio al
mondo.
Inizia con la
battaglia al narcotraffico. Molto popolare negli Usa flagellati dal fentanyl: uccide 70 mila tossicodipendenti l’anno.
La chiamerà “Operazione Southern Spear”: 69 tra barche e motoscafi vengono
centrati e distrutti dai razzi dei droni nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico
meridionale. Ci sono ufficialmente 231 vittime, pochi sono identificati. Non si
sa se fossero solo dei pescatori. Quattro mesi dopo, nella notte tra il 2 e il
3 gennaio 2026, un raid dei gruppi d’élite dell’esercito Usa oscura i radar del
Venezuela e sorprende nel sonno il presidente Nicolás Maduro e sua
moglie Celia Flores. Entrambi sono arrestati trasferiti in un carcere federale
di Brooklyn dove è già rinchiuso il Chapo Guzmán. Al posto di Maduro arriva
Delcy Rodríguez, anche lei fedelissima di Chávez ma più pragmatica. Una donna.
Perfetta per un cambio di regime senza che nulla cambi.
È il culmine
dell’ascesa. È lui ad annunciare la fine delle due guerre in corso, Ucraina e
Gaza, nel giro di «pochi giorni». Ma quando la realtà è diversa si accanisce
sul presidente Volodymyr Zelens’kyj umiliandolo in mondovisione.
Colpisce invece il suo atteggiamento quasi ossequioso, rassegnato,
nell’incontro in Alaska con il presidente Vladimir Putin. Con la ridda di
annunci e smentite sull’aumento dei dazi commerciali inizia la discesa verso il
declino. L’offensiva sugli immigrati irregolari negli Usa si trasforma in una
caccia forsennata che produce anche le prime vittime. Quindi la scelta imposta
da Benjamin Netanyahu di bombardare a sorpresa l’Iran con l’uccisione della
guida suprema Ali Khamenei. Una decisione che si rivela un errore.
Le conseguenze
si sono allungate fino a giorni nostri. Il conflitto è solo sospeso, il prezzo
del petrolio è alle stelle, l’economia mondiale risente della crisi energetica
che a sua volta si riflette nei consumi. Lo stretto di Hormuz resta chiuso.
Fino al 26 febbraio 2026 era aperto e gratuito. Gioca la carta del Board of
peace, l’organismo alternativo all’Onu incaricato di ricostruire Gaza dalle
macerie in cui l’ha ridotta Israele. Aderiscono 26 Paesi che partecipano a una
cerimonia pomposa a uso esclusivo delle tv. Nessuno versa il miliardo di
dollari concordato, l’accordo resta tuttora lettera morta. Non bastano i post
creati con l’Intelligenza artificiale, alcuni pacchiani altri con vena mistica,
in cui il Tycoon si continua a dipingere come l’uomo della salvezza. Anche
l’accordo per il petrolio venezuelano, vera ciliegina sulla torta cucinata sin
dall’arresto di Maduro, si rivela una burla per il Paese: Trump si accaparra il
30 per cento delle riserve del greggio lasciando le briciole per un popolo disincantato.
È il momento più basso della curva discendente del leader dei Maga. È
insofferente con i media che lo criticano. Espelle dalla Casa Bianca i
corrispondenti di MS Now, Cnn
e Politico ed è costretto a riammetterli dopo l’ingiunzione del Tribunale.
Ancora una volta è la Giustizia a riequilibrare i poteri che sorreggono la
democrazia americana
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)