L'Iran nella
morsa del regime e delle mire americane, che rischiano di complicare il caos
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
Il regime,
adesso, ha paura di
crollare. Gli ayatollah sanno che questa protesta non è come le altre.
Ci sono già passati. Con la “Rivoluzione Verde” durante le controverse elezioni
presidenziali del 2009, con le ondate di gravi disordini del 2019 e del 2022.
Sanno che è diverso, che rischiano di implodere, di soccombere sotto il peso di
una rivolta generale che potrebbe spazzarli via. È presto per fare qualsiasi
pronostico. Ci sono segnali di cedimento, richieste di trattative con gli Usa,
di ripresa dei negoziati per evitare un intervento armato straniero. Ma la
reazione durissima degli apparati repressivi, con migliaia di morti per le
strade colpiti dai proiettili delle Guardie della Rivoluzione, è il
sintomo di una debolezza che l’Iran non avvertiva da quasi mezzo secolo, dai
tempi in cui questo Paese di 90 milioni di persone si ribellò a uno scià,
feroce e accecato dal suo potere di monarca assoluto, per aprire la strada alla
guida suprema Rohullah Khomeini e
avviare la lunga stagione di una repubblica teocratica sciita.
L’Iran è immerso
nell’oscurità. Dopo 15 giorni di manifestazioni sempre più massicce, al momento
in cui scriviamo, filtrano pochissime immagini che restano comunque eloquenti
su quanto sta accadendo. Il blocco totale di internet non impedisce di
mostrare al mondo le scene raccapriccianti filtrate grazie alla rete
satellitare Starlink. Si vedono decine di migliaia, forse centinaia di migliaia
di uomini e di donne che riempiono le strade e le piazze di città e piccoli
centri. Le valutazioni dei gruppi per i diritti umani affermano che le forze di
sicurezza hanno compiuto autentiche stragi. Nei video postati sul web si
osservano i pasdaran che avanzano con i fucili a pompa, sparano proiettili veri
e non più di gomma. Le ondate umane che lanciano sassi, qualche bottiglia
incendiaria ma poi indietreggiano; e tornano a
radunarsi, alzano le mani, sollevano i cellulari, illuminano con le torce, come
fossero lucciole, l’oscurità della notte. Quindi intonano le canzoni e gli inni
nazionali, che rimbombano tra i colonnati delle piazzette, lungo le grandi
arterie di Teheran, di Mashhad, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Rasht, Kerman.
Almeno cento
città sono in rivolta. Diecimila gli arrestati. Forse fino a mille uccisi.
Difficile fissare cifre attendibili. Si immortalano le scene di dolore e di
angoscia davanti agli ospedali dove madri e padri cercano disperatamente i
propri figli, aprendo e coprendo in modo trepidante i sacchi neri che avvolgono
i corpi delle vittime. Qualcuno scopre il volto dei propri cari, urla e
piange. Altri non trovano tracce di chi stanno cercando e tirano un sospiro
di sollievo con il cuore che batte forte nella speranza che forse lo troveranno
altrove. Le autorità cercano di rassicurare la popolazione. Puntano il dito
sugli Usa e su Israele come protagonisti di questa inarrestabile ondata di
protesta.
Mobilitati dal
28 dicembre scorso, spinti dall’improvviso crollo del valore della valuta
iraniana, i commercianti si sono visti presto affiancare dagli studenti e dalla
media borghesia colpiti da un aumento del costo della vita non più
sopportabile. Le richieste si sono rapidamente estese fino a chiedere la fine
del regime autoritario e clericale in vigore del 1979. Accadde anche in
passato, con la caduta dello scià. Ma il contesto internazionale è cambiato
e questo ha modificato anche le condizioni geopolitiche in cui si muove l’Iran.
La storia è ricca di esempi di regimi repressivi travolti dai disordini interni
dopo pesanti sconfitte militari. Tuttavia, nessuna rivolta ha una sola causa.
Teheran ha pagato una serie di svalutazioni monetarie, il calo dei prezzi
petroliferi e la decisione della Guida Suprema Alì Khamenei, 86 anni, di
continuare a fare gli stessi affari di sempre nonostante le pressioni che lo
invitavano al cambiamento dopo la “guerra dei 12 giorni” avviata da Israele. Il
regime degli ayatollah non ha modificato la sua politica estera né ha cercato
un accordo con Trump sul programma nucleare. La Ue ha ripristinato nel
settembre scorso le sanzioni revocate nel 2016 applicando lo “snapback”, il meccanismo previsto in caso di violazione
degli accordi del Jcpoa, quelli firmati nel 2015. Una
decisione che ha fatto infuriare il regime iraniano e interrotto ogni rapporto
a livello internazionale.
Il governo
teocratico è stato plasmato dalla sanguinosa guerra durata otto anni contro
l’Iraq di Saddam Hussein. Esisteva un patto sociale che puntava a
superare quel trauma: gli iraniani avrebbero sopportato difficoltà e
restrizioni in cambio di uno Stato forte che li avrebbe protetti dagli attacchi
stranieri. L’attacco del 7 ottobre di Hamas contro Israele e la
spaventosa rappresaglia che ne è seguita, non solo su Gaza ma sul Libano, ha
rotto quel patto in modo quasi traumatico. Lo Stato ebraico, sostenuto dagli
Usa, si è scagliato anche sull’Iran. I bombardamenti hanno distrutto gran parte
della leadership militare e inferto un duro colpo al programma nucleare. Si è
trattata di un’umiliazione per un regime che aveva investito una montagna di
risorse su una rete di protezione studiata proprio per scoraggiare una simile
aggressione.
Donald Trump ha minacciato di
intervenire se i Guardiani della Rivoluzione avessero iniziato a sparare e a
uccidere i dimostranti. Ma non ha ancora deciso come e quando. La Cia ha messo
a punto vari scenari, compreso quello di uccidere la Guida Suprema. Ma l’Iran
non è il Venezuela e Alì Khamenei non è Nicolás Maduro. Ci sono anche
esigenze militari: la maggioranza della flotta Usa è tuttora impegnata nel Mar
dei Caraibi. Difficile dirottare delle unità verso il Golfo Persico. Il paese
degli ayatollah è considerato il terzo detentore della più vasta riserva di
petrolio al mondo con i suoi 157,5 miliardi di barili. Un dettaglio, non certo
irrilevante, che condiziona le mosse del presidente Usa. Russia e Cina sono i
migliori clienti degli ayatollah, ma non sono disposti a investire su sicurezza
e impianti del greggio.
Ci sono poi le
conseguenze da valutare di fronte a un intervento militare esterno. Molti Paesi
della Regione temono che l’Iran sprofondi in una guerra civile simile a quanto
accaduto in Siria, con rivolte separatiste nelle province popolate da curdi,
baluci e altre minoranze. La maggioranza preferisce trattare con un governo che
conosce piuttosto che con qualcosa di nuovo che crea instabilità. Le monarchie
arabe spingono per indebolire la teocrazia persiana ma hanno timore di
ritrovarsi con una realtà politica nuova e imprevedibile. È poco probabile,
pensano, che un cambio di regime porterebbe a qualcosa di più amichevole.
La stessa
autocandidatura a governare da parte di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo
scià di Persia, Mohammed Reza, che incita dagli Usa a intensificare la rivolta,
viene accolta con scetticismo. Donald Trump l’ha esclusa per il momento.
La soluzione più auspicabile resta un cambio al vertice. Rimuovere Alì Khamenei
potrebbe offrire al resto del regime l’occasione per un approccio più
pragmatico. Riforme, revoca delle sanzioni e nuova sicurezza di difesa da attacchi
esterni. Ma cambiare la testa preservando il resto del corpo sarebbe difficile
da accettare per chi lotta e spesso muore sulle strade in questi giorni.
Libertà e diritti civili in cambio del libero accesso al petrolio da parte Usa?
Questa volta è diverso: per milioni di iraniani il baratto non funziona
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)