Iran, nel
silenzio continua la battaglia. I dissidenti non smettono di mobilitarsi
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
Sangue, morte,
dolore e un grande
silenzio. Cosa accade in Iran? «Accade che la gente non riesce più a
uscire per strada. È chiusa in casa, terrorizzata. Ha paura di finire come in
Corea del Nord. Senza contatti con l’esterno, isolata dal resto del mondo,
schiacciata dall’orrore che vede ovunque. Hanno riaperto internet dopo 12
giorni. Ma è una rete interna. Serve per le cose di tutti i giorni. L’Iran è
molto tecnologico, si fa tutto con il web: dalle transazioni, ai pagamenti, ai
semplici appuntamenti. Si usa per prendere un taxi, per ordinare cibo, per
lavoro. La vera rete, quella esterna, è destinata solo a chi è fedele al
regime. Questo non toglie che sul web interno siano riapparse foto e video
spaventosi. Girano voci che devono essere verificate ma sono insistenti.
Arrivano da ogni angolo dell’Iran: molti cadaveri delle persone uccise
non hanno più alcuni organi. Hanno tolto fegati, milze, reni, occhi… Corpi
gettati nei cortili degli ospedali, delle caserme, degli obitori come manichini
di pezza e usati per i traffici più turpi. Siamo sconvolti».
Trema di rabbia
e paura la voce di Azadeh Oghba, artista e influencer iraniana riparata
in Italia. Fa parte di quel nucleo di donne raccolte attorno al movimento
“Donna, vita, libertà”, tratto da un famoso slogan in lingua curda. È diventato
un grido di richiamo durante le proteste del 2022 nate a seguito delle morte di
Mahsa Amini, arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab e
deceduta in circostanze mai chiarite nel commissariato di polizia dove era
stata condotta e interrogata.
Come Azadeh
tante altre donne continuano a mobilitarsi in queste ore per tenere accesa
l’attenzione su una battaglia che il regime degli Ayatollah già dichiara di
aver vinto. È così? chiediamo. «No, la battaglia continua», ci assicura
questa dissidente cresciuta con ideali di sinistra trasmessi dalla madre e da
una famiglia progressista. «Continua nelle case, con grida dalle finestre,
slogan di condanna per questo regime assassino responsabile di un massacro che
non ha eguali nella storia del nostro Paese. La gente non vuole, non può uscire
dal suo buco. Rischi di prenderti subito una pallottola. A Teheran le
manifestazioni si facevano di sera. Ma è stato imposto un coprifuoco a partire
dalle 17. Devi restare tappato tra quattro mura, basta affacciarti dal portone
per ricevere un proiettile. Anche solo sbucare da un vicolo. E poi guai a
salire sui tetti».
Ci sono ancora i
cecchini? «No, c’è la polizia segreta. Bussano ai portoni, si spacciano
per addetti al servizio gas, chiedono di controllare i contatori. Invece
salgono fino ai tetti e distruggono tutte le antenne con cui si comunica,
quelle di Starlink. In strada girano i ragazzini. Non hanno ancora un filo di
barba ma impugnano già un Ak-47. Hanno iniziato a usare i droni. Prima
servivano a tracciare chi protestava, adesso sparano direttamente sul
bersaglio».
L’intero Iran è
a lutto. Non c’è città o paesino di campagna che non pianga le sue vittime. La
conta è quasi impossibile. Secondo l’agenzia Hrana
2677 persone sono state assassinate. Ma qualcuno si spinge fino all’iperbole
dei 16mila. È una mattanza. Su questo non ci sono dubbi. Sul resto è calato il
silenzio. È accaduto con lo scià Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo della
sua stirpe che regnò sull’Iran dal 1941 al 1979. Accade adesso con l’ayatollah
Ali Khamenei, designato al comando del Paese dalla Guida Suprema Ruollah Khomeyni, protagonista di una rivoluzione che molti
speravano offrisse nuovi spiragli di democrazia e libertà. La storia si ripete
in questa meravigliosa terra, culla di arte e letteratura, di antichissime
tradizioni, rifugio della diaspora sciita cacciata da Kerbala, in Iraq, con
l’onta di non aver difeso Hussein, figlio di Alì, unico rappresentante della
famiglia del Profeta Maometto, ucciso con un colpo di spada avvelenata
in testa.
È dalla metà del
VII secolo che i seguaci del partito di Alì (shi’ah,
significa appunto partito) parlano con voce rotta dal pianto dei particolari di
quel massacro che pesa sulla loro esistenza. Minoranza nella grande famiglia
musulmana dominata dai sunniti, gli sciiti vagano inseguiti da pogrom, povertà
e uccisioni. Una parte di essi si dirige verso Est, passa il Tigri e l’Eufrate,
attraversa i monti Zagros e raggiunge l’altopiano
desertico dell’Iran. Sfinito da guerre secolari con Bisanzio, il Paese è
stato appena conquistato dagli arabi che propagano una nuova fede: l’islam.
È un processo lento che avviene in un clima di lotta. Finora i persiani hanno
avuto una loro religione ufficiale, lo zoroastrismo, legata alla dinastia
regnante dei Sasanidi. Stremati, miserabili, appaiono a questo punto gli sciiti
che si identificano con chi sta subendo l’imposizione dei nuovi padroni.
Trovano un
linguaggio comune, abbracciano la loro fede. «In questo adattamento si svela la
loro intelligenza e lo spirito d’indipendenza», scrive Ryszard
Kapuścinski nel suo Shah-in-Shah, utile da rileggere in questi giorni.
Per secoli
l’Iran è stato governato da regimi che dipendevano da potenze straniere. Laici
e religiosi hanno rappresentato sempre due poteri distinti. Una convivenza
priva di grandi scossoni tranne che nei momenti di rivolta. Solo a metà del
secolo scorso il Paese vive la sua prima esperienza di democrazia con la nomina
di Mohammad Mossadeq, fervente nazionalista, a primo ministro. Si
respira finalmente aria nuova, piena di speranze. Tuttavia, il leader politico
commette un errore che aprirà al golpe del 1953 e al ritorno sul trono dello
scià Mohammad Reza Pahlavi: osa nazionalizzare la britannica Anglo-Iranian Oil Company e occupa la grande raffineria di Abadan
nel Golfo Persico. Dietro la sua destituzione c’è lo zampino della Cia.
Ossessionati dal comunismo e dal timore che l’Iran potesse finire sotto
l’influenza dell’Urss, gli Stati Uniti organizzano il complotto.
A Teheran i
comunisti del Tudeh sono fortissimi e radicati, Mossadeq si era mostrato troppo
tollerante verso di loro. Hanno costretto lo scià a lasciare la capitale.
L’esercito esce dalle caserme, la Cia fa mobilitare dagli agenti dei servizi
segreti un’accozzaglia di contestatori che in corteo attraversa il bazar
inneggiando allo scià. Reza Pahlavi ritorna dal suo esilio romano,
Mossadeq viene arrestato, i capi del Tudeh trucidati.
Ma sarà proprio
l’ultimo re a saccheggiare gli enormi (almeno due miliardi di dollari l’anno)
introiti del petrolio. Metà per sé e chi gli sta attorno, metà per comprarsi la
protezione dell’esercito. I miliardi diventano presto dieci e per dieci si
moltiplicano anche gli acquisti, quasi folli, che Reza ordina in giro per il
mondo per mettere a punto il suo progetto di rinnovamento: la Grande Civiltà.
Diventerà il suo slogan. Punta a diventare la quinta potenza mondiale, ma
allargherà il fossato tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri costretti a
restare ai margini delle decisioni. Lo scià compra di tutto, armi sofisticate
in modo particolare, che nessun iraniano sa usare. Si deve ricorrere a
personale straniero, ne arrivano a frotte. Sono ben pagati, frequentarli è un
privilegio. Questo ferisce l’orgoglio dei locali, di chi vede tanta ricchezza,
lusso, esclusività senza poterli toccare. La società iraniana è spaccata in
due.
Per gestire al
meglio il suo dissennato piano di sviluppo, lo scià deve eliminare ogni forma
di protesta e dissenso. Affiderà questo compito alla Savak,
i temibili servizi segreti che incuteranno morte e terrore. Fino a quando, nel
silenzio imposto ovunque, si alza la voce di un imam. Si chiama Khomeyni.
Nessuno lo conosce. A poco serve incarcerarlo, spedirlo in esilio. Tornerà
acclamato da una popolazione che guidata dai “bazari”,
i commercianti del grande bazar di Teheran, lo accolgono al suo arrivo da
Parigi sotto una pioggia di fiori e di urla piene di felicità.
Gli iraniani
passano dalla padella alla brace. «Tutti erano raggianti», ci racconta Azadeh.
«Compresa la stessa sinistra che oggi si mostra tiepida, incerta se condannare
quello che accade in questi giorni. Molti inneggiano allo scià che ci incita
a combattere dagli Usa. È un sentimento diffuso tra la popolazione. Ma per
opportunità: non abbiamo un leader che possa guidare il trapasso di regime. C’è
grande delusione per il mancato intervento annunciato da Trump. Abbiamo bisogno
del sostegno del mondo libero, di chi può aiutarci a conquistare la nostra di
libertà. Ci possono essere dubbi su una battaglia per il più sacrosanto dei
diritti civili? Noi siamo stremati e confusi. Ci uccidono, ci arrestano, ci
sterminano. Adesso vogliono isolarci e farci precipitare in un buco nero. Tocca
a voi, del mondo libero, a rompere ogni legame con questo regime criminale».
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)