Senza petrolio
Cuba soffoca. Ora confida sul nipote di Fidel Castro. Diplomazia con gli Usa al
lavoro
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
«Cuba ha
attraversato decine di crisi anche gravi», ci ricorda Juan Carlos, ex veterano
della guerra d’Angola che ci faceva da guida a L’Avana. «Ma credo che questa
volta sarà difficile superarla. Purtroppo – aggiunge con voce mesta e
sconsolata – quello che si scrive e si dice è vero».
Sembra di essere
tornati indietro nel tempo. Agli anni 90 del secolo scorso quando, con
l’improvviso crollo dell’Urss, sponsor e principale sostegno all’isola
caraibica, Fidel Castroproclamò il «periodo
speciale». Fu un decennio di penuria. Mancava di tutto. Dal cibo alle
medicine. I 10 milioni di cubani faticavano anche a mangiare due volte al
giorno. Il blocco economico, El bloqueo, decretato dagli Usa nel 1962 si
accaniva con più forza su uno Stato che con la sua rivoluzione aveva osato
sfidare il dominio mondiale statunitense. Il leader maximo
si appellò alla popolazione. Chiese «sacrifici nella creatività» una formula
che si traduceva in una resistenza quasi eroica della gente, al limite della
sopravvivenza. Oggi è peggio di allora. Le poche voci raccolte via
telefono o con videocollegamenti esprimono incertezza, angoscia. Qualcuno parla
di «sentimenti apocalittici» tra la gente. Da fine del mondo. L’intervento Usa
in Venezuela il 3 gennaio scorso, con la cattura di Nicolás Maduro e sua
moglie Cilia Flores, hanno impresso un’accelerazione a un processo
già in logoramento. Cuba si è trovata di colpo senza più il sostegno
concreto del suo principale alleato. Non è arrivata più una goccia di
petrolio.
Le riserve
bastano per due settimane. Poi sarà il crollo. Il blocco navale nel Mar
dei Caraibi, creato con la scusa di stroncare il narcotraffico verso gli Usa,
ha paralizzato anche il commercio del greggio venezuelano, già colpito da
sanzioni. L’ultimo cargo destinato a Cuba, la Mia Grace, partita dal Togo con
bandiera delle Isole Marshall, contattata a fatica dalla Cubametales
(controllata dai militari tramite Gaesa) ha cambiato
rotta e si è diretta verso la Repubblica Dominicana. La speranza era aggrappata
al Messico dove Claudia Sheinbaum aveva annunciato di continuare a voler
offrire un aiuto all’isola del Che con proprio petrolio. Ma la Swift Galaxy,
che la Petroleos Mexicanos
aveva programmato con un carico alla fine di gennaio, ha annullato il suo
viaggio.
Cuba ha
bisogno di 110 mila barili di greggio al giorno. Ne produce in media meno di 40
mila. Il resto deve comprarlo. Ma la nuova stretta decisa da Trump, con la
minaccia di colpire con dazi e sanzioni chiunque traffichi greggio con L’Avana,
rischia di strozzare definitamente l’economia dell’isola.
«Guardi la fila
che si è formata sotto il palazzo dove vivo», ci dice la nostra fonte mentre
mostra con il cellulare il lungo serpentone di auto, bus, taxi, moto e camion
che si snoda nel cuore de El Vedado. «Inizia in
fondo, gira attorno ai palazzi e poi prosegue fino alla stazione di servizio».
Non è solo la mancanza di combustibile che rende una vera impresa fare benzina.
C’è la decisione di farla pagare in dollari e di limitarla a 40 litri a testa a
settimana. Non tutti se lo possono permettere: un litro costa 1,30 dollari,
poco più della media della paga giornaliera della maggioranza dei cubani.
Al mercato nero il prezzo raddoppia. L’attesa può durare fino a 14 ore. Chi ha
finito anche la riserva non può lavorare. Il turismo e le rimesse dall’estero,
principali entrate dell’economia, sono crollati. Molti resort hanno chiuso. È
stato deciso il blocco per almeno un mese dei rifornimenti agli aerei che
collegano Cuba al resto del mondo. La penuria di carburante provoca continui
blackout dell’energia elettrica. Si può restare al buio per 12-14 ore. Senza
energia non funzionano le pompe che portano l’acqua ai piani alti delle case,
non si può conservare il cibo, raro e costoso, nei frigoriferi. Si ha
difficoltà anche a cucinare: al posto del gas si ricorre al carbone o allo
sterco di animali. Il governo ha ordinato di sospendere temporaneamente il trasporto
pubblico. Niente mercati, niente interventi chirurgici negli ospedali.
L’Avana sembra un deserto. Senza soldi e clienti chiudono i bar e
ristoranti. Così le scuole e le università. Annullati gli appuntamenti per i
simposi scientifici e culturali. Si risparmia su tutto.
Il presidente Miguel
Díaz-Canel ci ha messo la faccia. Per la prima volta dal blitz a Caracas
del 3 gennaio è apparso su YouTube per tenere una conferenza stampa davanti ai
giornalisti locali e internazionali. Un discorso di due ore, molto atteso ma
anche deludente. Pochi l’hanno potuto seguire sul web. Chi non aveva corrente
in casa se l’è fatto raccontare dai più fortunati. Il presidente ha
riconosciuto la gravità della crisi. Ha annunciato una serie di misure
restrittive per fronteggiare la penuria energetica. Ha chiesto di nuovo «sacrifici
nella creatività». Con un’apertura che ha sorpreso. «Cuba è disposta a
dialogare con gli Stati Uniti», ha annunciato. Ma ha subito aggiunto:
«Qualsiasi negoziato deve svolgersi senza pressioni, senza precondizioni, su un
piano di parità, nel rispetto della nostra sovranità, indipendenza e
autodeterminazione». Trump, due settimane fa, a bordo dell’Air Foce One, aveva
già confermato l’avvio di «negoziati ad alto livello» con l’Avana subito
smentiti dal viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossio. Ma
quest’ultimo, sabato 7 febbraio, ha ammesso: «C’è uno scambio di messaggi». La
Casa Bianca ha risposto con l’invio di 6 milioni di
dollari in aiuti a Cuba.
Donald Trump
conferma la sua strategia internazionale. Minaccia l’uso della forza ma si
guarda bene da restare impantanato in un conflitto che la sua base elettorale
rifiuterebbe. Così con l’Iran, così con Cuba. Preferisce puntare su un cambio
di regime senza scossoni che potrebbero provocare guerre civili e portare al
potere qualcosa di peggio. Con il Venezuela ha tolto di mezzo la persona che
rifiutava il trapasso; si è affidato a Delcy Rodriguez per ottenere
l’accesso incondizionato alla riserva di petrolio più grande del mondo. Se con
Caracas la dissuasione era nei confronti del potere militare, con L’Avana usa
l’arma del ricatto economico. Al tycoon interessa la pace sociale: è più utile
ai suoi fini. Per mantenerla ha bisogno del controllo politico sull’isola ed
evitare così anche il tanto temuto esodo di massa. Negli ultimi due anni oltre
un milione di cubani (il 10 per cento della popolazione) ha lasciato l’isola
per rifugiarsi negli Usa.
Una delle parole
più usate in queste ore a Cuba è «asfissia». Si denuncia il blocco economico
degli Usa ormai senza più senso se non quello di infliggere altre sofferenze
alla popolazione; ma anche l’incapacità del regime di raggiungere
l’autosufficienza tanto rivendicata. La maggioranza degli abitanti è stanca dei
sacrifici e della resistenza. Mantiene intatto l’orgoglio di aver tenuto testa
a un gigante per evitare che l’isola si trasformasse di nuovo in quel grande
casinò, paradiso delle mafie e del riciclaggio, come ai tempi di Fulgencio
Batista. Ma sa anche che è arrivato il momento del cambiamento.
C’è un
potenziale candidato che emerge in queste ore. Si chiama Alejandro Castro
Espín, classe 1965, studi di ingegneria, formazione militare nella vecchia
Urss, membro della Commissione della sicurezza nazionale e direttore
dell’intelligence cubana. Le sue quotazioni sono salite. Ha un cognome di peso,
è figlio di Raúl Castro, fratello di Fidel.
Intellettuale, meno compromesso con l’apparato del partito, potrebbe essere lui
l’uomo su cui la Casa Bianca potrebbe fare affidamento per superare l’attuale
stallo e avviare la fase del cambiamento. Lo chiamano el
tuerto, l’orbo, per l’occhio perso in un incidente
durante la guerra d’indipendenza in Angola. Ma ci vedeva bene e più lontano di
altri. Un principe delle ombre. Si è scoperto che c’era lui dietro il disgelo
con gli Usa ai tempi di Obama. Un risultato ottenuto assieme all’ex capo delle
Cia John Bennon, invitato in gran segreto a L’Avana.
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)