L'Iran e il
mistero dell’uranio nascosto. Il ruolo del premier israeliano Netanyahu
di
Daniele Mastrogiacomo - L'Espresso
Questa è la guerra di Bibi.
Solo dopo è diventata anche quella di The Donald. Per settimane, durante le sue
numerose telefonate e le tre visite alla Casa Bianca in soli due mesi il primo
ministro israeliano ha cercato di convincere il presidente Usa che era il
momento decisivo per attaccare l’Iran. Per Benjamin Netanyahu il regime
degli Ayatollah è sempre stato un’ossessione. Il grande nemico di
abbattere, il principale pericolo per la sicurezza di Israele. Trump lo aveva
accontentato nel giugno del 2025 quando, sempre su pressione del vertice dello
Stato ebraico, si era convinto che Teheran era in grado di costruire in breve
tempo una bomba nucleare. C’è dell’uranio arricchito al 60 per cento che resta
nascosto nelle mani degli ayatollah. La cosiddetta guerra dei 12 giorni era
stata selettiva più che diffusa. Puntava a distruggerli. «Un’azione preventiva
per rimuovere una minaccia esistenziale», l’aveva definita il capo della Casa
Bianca.
Il bombardamento
di tre siti di produzione nucleare, colpiti da potenti ordigni, venne
annunciato in pompa magna. Trump voleva evitare un conflitto più vasto e al
tempo stesso placare le richieste incessanti del suo principale alleato in
Medio Oriente sui pericoli incombenti rappresentati da Teheran. Il leader dei
Maga consentì agli ayatollah il diritto di ritorsione e lasciò che lanciassero
i loro missili su Israele. Quindi, finite le schermaglie, annunciò il cessate
il fuoco e dichiarò trionfante: «Abbiamo cancellato i siti di Fordow, Natanz e Isfahan». Ma era vero? Il tempo ha
dimostrato il contrario. I danni inflitti da Usa e Israele sono stati di
superficie. Alcuni centri di produzione nucleare hanno avuto gli ingressi e le
gallerie di accesso distrutti ma le strutture realizzate fino a 70 metri di
profondità sono rimaste intatte. Compreso l’uranio già arricchito e le
centrifughe con cui viene lavorato. Nel giro di qualche giorno è scattato un
secondo e più grave allarme. I servizi di intelligence hanno realizzato che 12
giorni di bombardamenti avevano provocato un danno imprevisto: il materiale utile
a costruire la bomba era sparito.
Si tratta di 440
kg di uranio arricchito al 60 per cento dei quali solo una quarantina,
probabilmente, è andata persa perché sepolta tra le macerie dei siti crollati.
Ma il resto è ancora in circolazione. Nessuno sa dove. Un dettaglio non
certo trascurabile. La notizia è emersa tra agosto e settembre 2025 ma è stata
sottaciuta: era la più forte smentita alle dichiarazioni entusiaste di Trump.
Per recuperare questa potenziale bomba sono state avviate delle trattative con
l’Iran e presto il dialogo si è impantanato per la distanza tra le posizioni.
Pressati da Israele, gli Stati Uniti hanno preteso che Teheran azzerasse il suo
piano di sviluppo nucleare. La controparte iraniana aveva rifiutato la proposta,
accettando solo l’idea di affidare a un Paese terzo, probabilmente la Russia,
lo smaltimento della produzione in eccesso. Ma aveva ribadito in modo deciso
che non avrebbe mai rinunciato al suo programma atomico.
Di fronte alle
contestazioni statunitensi che, prove alla mano, chiedevano spiegazioni
sull’arricchimento a percentuali eccessive di un uranio destinato a scopi
scientifici e medici, ammisero: «Siete voi, con il ripristino delle sanzioni,
ad averci costretto l’arricchimento al 60 per cento del nostro uranio.
Toglietele e ne possiamo parlare».
Il negoziato è
andato avanti tra brusche frenate e improvvise accelerazioni. Come sua
abitudine, il presidente Usa ha postato dichiarazioni a raffica sul suo social Truth
che esprimevano umori altalenanti. Un giorno le trattative andavano avanti e
bene, un altro erano pessime perché bloccate. Benjamin Netanyahu seguiva
preoccupato la serie di incontri che si tenevano in Oman, così come aveva
preteso Teheran, poi proseguiti a Ginevra. Il premier non si fidava dei mullah
e avvertiva Trump del rischio di essere trascinato per mesi in un dialogo che
non avrebbe portato a nulla. Messa di fronte a un ultimatum, la delegazione
iraniana si è irrigidita: niente stop al nucleare e niente smantellamento dei
missili balistici che potevano minacciare le basi Usa nei paesi del Golfo.
Benjamin
Netanyahu ne ha approfittato per dare l’ultimo scossone alle perplessità del
suo alleato e gli ha comunicato che avrebbe attaccato l’Iran. Su chi avesse
iniziato l’incursione ci sono state diverse versioni soprattutto da parte della
Casa Bianca. Dimostravano che l’amministrazione repubblicana non aveva una
posizione unitaria. Il vicepresidente J.D. Vance era contrario, lo
dichiarò apertamente. Ma fu costretto a fare marcia indietro quando The Donald,
piuttosto irritato, disse che era stato lui a ordinare l’assalto. Non voleva
dare l’impressione di aver subito le decisioni prese da Netanyahu. Non ci è
riuscito. Perché era avvenuto esattamente così.
Il bombardamento
da parte di 100 aerei israeliani è scattato quando
erano ancora in piedi le trattative. Da mesi l’intelligence dello Stato
ebraico aveva messo a punto un piano d’intervento. Erano state studiate le
conseguenze, la forza di reazione, i possibili punti deboli di una difesa. Il
Mossad era riuscito a bucare la sicurezza del regime degli Ayatollah hackerando
il sistema di sorveglianza del traffico.
Grazie alle
migliaia di telecamere piazzate in tutto il Paese, gli israeliani erano in
grado di seguire i movimenti degli alti funzionari e dirigenti e di studiare le
loro abitudini. Era un’occasione unica per infliggere un colpo decisivo al
grande nemico. In questo modo hanno avuto la certezza della presenza di Alì
Khamenei sabato 28 febbraio al vertice convocato nel suo palazzo totalmente
distrutto nella prima incursione aerea. È bastato monitorare gli spostamenti
degli autisti e dei loro mezzi. A nulla è servito l’ordine della stessa Guida
suprema di lasciare i telefonini a casa.
Doveva essere
una guerra intensa ma breve. Ma il vero diluvio di bombe non è riuscito a
fiaccare il morale e le capacità iraniane di resistere e persino
contrattaccare. Due settimane dopo l’inizio del conflitto continuano i lanci di
missili e droni sui Paesi del Golfo. Si cominciano ad avvertire le conseguenze
economiche e commerciali del blocco dello Stretto di Hormuz da dove
transita il 30 per cento del petrolio mondiale e il 40 del gas. Il mondo si
trova ad affrontare una gravissima crisi energetica, con la paralisi delle
esportazioni di greggio. Ma si avvertono anche i contraccolpi interni agli Usa.
Quattro americani su cinque sono contrari a questa guerra, i prezzi del gasolio
sono aumentati e questo pesa sui trasporti e il commercio. La base elettorale
Maga è insofferente.
Trump non riesce
a chiudere questa ennesima partita nei tempi che si era prefissato. Rischia di
essere lunga e logorante. Minaccia di spedire le truppe americane sul terreno:
il famoso “boots on the ground” che rievoca vecchi disastri del passato.
Ma sa che gli americani lo boccerebbero alle elezioni di Midterm. L’Iraq, con i
suoi errori e le sue bugie sulle armi di distruzione di massa mai trovate, è un
incubo che non si vuole ripetere. Adesso ci sono quei 400 kg di uranio
arricchito che vanno recuperati. Farlo con un regime ferito ma ancora solido,
con una nuova Guida suprema appena nominata, è una vera impresa. «Sono
probabilmente nascosti nel sito di Isfahan», racconta a L’Espresso una fonte
Aiea vicina al dossier iraniano che chiede l’anonimato. «Il problema è che
sono sotto forma gassosa. Sono custoditi in 20 cilindri di 30-40 centimetri;
ognuno ne contiene tra i 20 e i 25 kg. Sono altamente radioattivi, basta che
salti una valvola e sprigionano una nuvola radioattiva». Ci sono dubbi sul
fatto che gli scienziati iraniani fossero a un passo da realizzare un ordigno
nucleare. Israele ha sempre detto che bastavano poche settimane. L’alta fonte
Aiea parla di 2-3 mesi. «Passare dal 60 al 90 per cento di arricchimento è
comunque facile e rapido», afferma. «Questo non significa che la bomba è
pronta. Bisogna trasformare l’uranio gassoso in metallo e poi costruire la
sfera e quindi coprirla con il materiale che la conterrà. L’Iran non ha bisogno
di dire che ha una bomba atomica. Lo annuncia con un test di prova. Come ha
fatto la Corea del Nord nel 2006».
Come recuperare
l’uranio scomparso? Non è un’operazione che si può fare con un blitz della
Delta Force. Bisogna mandare sul posto squadre di specialisti, coperte da tute
protettive, in grado di operare con tranquillità e in sicurezza. Non certo
sotto le bombe. È roba del Mossad. Ma Israele è impegnato nella sua parte di
guerra in Libano. Si occupa dei “proxy” del regime iraniano, come
Hezbollah. Bibi lascia il lavoro principale a Trump e pensa alla sua di guerra.
Deve realizzare la Grande Israele. Se chiude anche questa partita si garantisce
la vittoria alle elezioni di giugno, eviterà il carcere e sarà per l’ennesima
volta primo ministro. I 400 kg di uranio possono aspettare.
***
(Daniele
Mastrogiacomo www.lespresso.it -
Per anni firma di punta del quotidiano La Repubblica, ha seguito grandi vicende
internazionali rischiando anche la fucilazione in Afghanistan e liberato dopo
una vasta campagna giornalistica mondiale. Ora scrive per il settimanale
L'Espresso)