D’Alema torna in campo. “Il Pd è guarito dalla malattia del renzismo”. Gli ex dem insorgono

di Piero Barendson

 

ROMA - Il Pd tornerà ad essere "la ditta“. E' questo il senso dell’intervento di Massimo D’Alema durante il brindisi di fine anno di Articolo Uno. Un intervento, quello dell'ex leader dei Ds, che ha già provocato scompiglio, avendo definito il percorso di confronto delle Agorà organizzate da Enrico Letta “il modo migliore per arrivare ad una ricomposizione che appare necessaria” fra i dem e Articolo Uno. Di quest'ultimo fanno parte i fuoriusciti dal Pd quando era guidarlo da Matteo Renzi. All’epoca, oltre a D’Alema, uscirono anche Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza.

 

Alla stagione del Nazareno - scrive Il Fatto Quotidiano - quando i dem erano guidati da Renzi, D’Alema ha riservato parole durissime: “La principale ragione per andarcene era una malattia terribile che è guarita da sola, ma che c’era”.

Parole che hanno provocato la reazione di Renzi. “D’Alema mi ha sempre fatto la guerra da dentro e da fuori. Quando ho guidato il Pd abbiamo preso il 40 per cento, governato 17 regioni su 20 e scritto pagine importanti sui diritti, per abbassare le tasse, sul lavoro e sull’impresa con Industria 4.0. Con noi la classe operaia ha ricevuto più soldi, non solo con gli 80 euro. Per uno come D’Alema tutto ciò è una malattia. La ricetta del dottor D’Alema, chiamiamolo così, è avere il 20 per cento, stare all’opposizione in larga parte delle Regioni, fare convegni sui diritti senza approvare alcuna riforma, fare scioperi sul lavoro e scommettere su sussidi di cittadinanza. Sono due visioni opposte della vita e della politica. Se i Dem di oggi pensano che il renzismo sia la malattia e D’Alema sia la cura sono contento per loro e faccio molti fervidi auguri. È il motivo per cui non sono più nel Pd: io credo nel riformismo, loro nel dalemismo”, ha detto il leader di Italia Viva intervistato dal Messaggero.

 

Ma i virgolettati di D’Alema - scrive Il Fatto Quotidiano - hanno avuto un effetto sismico sul Partito democratico, provocando reazioni stizzite tra renziani ed ex renziani. “D’Alema rientra nel Pd e parla di malattie? Lui è un esperto, avendone vissute e provocate molte fin dai tempi del Pci-Pds. Il Pd deve essere più ambizioso. La legislatura volge al termine. Ci sono le condizioni per un congresso costituente, dopo l’elezione del capo dello Stato? Io penso di sì”, dice Andrea Marcucci, già capogruppo dem a Palazzo Madama.

 

“Caro D’Alema, la malattia del Pd è stata causata dalla difesa ad oltranza della ‘ditta’, anche quando sarebbe stato più saggio andare in mare aperto”, dice il senatore dem Dario Stefàno, presidente della commissione Politiche europee a Palazzo Madama.

 

Al brindisi di Articolo Uno hanno partecipato anche Bersani e il ministro della Salute, Speranza, entrambi favorevoli a un percorso comune con il Pd per una forza di centrosinistra che dialoghi con il M5s.

 

D’Alema ha lanciato frecciate anche al presidente del consiglio, Mario Draghi: “L’idea che il premier si auto-elegge Capo dello Stato e nomina al suo posto un alto funzionario del ministero dell’economia mi pare non adeguata per un grande Paese democratico come l’Italia, con tutto il rispetto per le persone”. E poi: “Non mi impressiona che abbiamo al governo Draghi, che è una condizione di necessità, ma il tipo di campagna culturale che accompagna questa operazione, sulla necessità di sospendere la democrazia e di affidarsi a un potere altro che altro non è se non il potere della grande finanza internazionale“.

 

Quindi, per D’Alema la scelta del nuovo Presidente della Repubblica deve essere l’occasione per “un ritorno in campo della politica“, con “una soluzione di compromesso che, inevitabilmente, non potrà non coinvolgere un ampio campo”.

 

Anche su questo passaggio, però, è arrivata la replica di Renzi: “D’Alema e il Quirinale hanno storicamente un rapporto complicato. I candidati che D’Alema appoggia vengono puntualmente bruciati dalle visioni di questo statista pugliese che ha una strategia talmente raffinata da fallire puntualmente. In tanti debbono a D’Alema la propria bocciatura: nel 2015 D’Alema appoggiava Amato, nel 2013 Marini, nel 2006 appoggiava se stesso, nel 1999 un candidato dell’allora Ppi. Chiunque sia il candidato di D’Alema perde: non è scaramanzia, ma statistica”.

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La battaglia di Macron contro le vignette di Allan Barte. Sito conteso 

di Jean-Pierre Martin

 

PARIGI - Emmanuel Macron, presidente della Repubblica Francese, non gradisce le vignette irriverenti,  come dimostra il tentativo di censura nei confronti di uno dei più noti illustratori francesi, Allan Barte, che da tempo gli dedica vignette che fanno presa sui lettori.

 

Quando Macron nel 2017 entra all'Eliseo, il vignettista Barte inizia a raccontare le peripezie del presidente della Repubblica Francese con una serie di vignette graffianti e satiriche sul suo operato. I suoi disegni iniziano a spopolare in Francia e nel partito di Macron, che pure si professa liberale, iniziano a storcere il naso.

 

Nel frattempo le illustrazioni di Barte conquistano un pubblico sempre maggiore, tanto che vengono raccolte in una serie di album dal titolo Vivre en Macronie. La produzione di Allan Barte è talmente proficua che la casa editrice "Ant" riesce a realizzare 5 volumi, che vendono tanto. La casa editrice decide anche di utilizzare i canali web per spingere ulteriormente le vendite, allestendo un sito internet: "enmarche2022.fr".

 

Così facendo,  la casa editrice si è aggiudicata un dominio che nel suo nome contiene proprio il nome del partito di Macron con l'anno in cui si terranno le prossime elezioni in Francia.

 

Nulla di illecito perchè i domini sono liberi. Ma ora la Republique en marche ha deciso di volere quel dominio per farne la casa del suo sito ufficiale in vista delle prossime elezioni per supportare il presidente Emmanuel Macron. In pratica il partito di Macron vuole chiudere il sito delle vignette su Macron per costruirci sopra un sito in proprio favore. Gli uomini di Macron invece di rivolgersi all'editore che detiene la proprietà di quel dominio, hanno preferito adire le vie legali. La battaglia è appena cominciata.

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(Jean-Pierre Martin giornalista italo-francese collaboratore di Nuovo Observer)

 

 

 

I consiglieri dell'Inpgi sono troppi e costosi. Ecco tutti i compensi

 

ROMA - “Gli organi sociali sono composti da un numero elevato di soggetti che non appare funzionale ad assicurare l’efficacia dell’azione e, comunque, comporta costi elevati che incidono negativamente su una gestione che presenta, da molti anni, un andamento negativo, senza segni di inversione di tendenza”.

Parole della Corte dei Conti - sottolinea professionereporter - nella Relazione sulla gestione dell’Inpgi 2019. Con la fine dell’anno 2021 il Parlamento ha deliberato il trasferimento dell’Inpgi all’Inps, dopo anni di bilanci in pesante rosso (meno 242 milioni nel 2020). I costi dei dirigenti hanno inciso in percentuale minima sul disastro economico dell’Instituto, ma non è il primo anno che la Corte dei Conti sottolinea l’eccesso di amministratori. Sessantacinque consiglieri deliberanti più quattro a titolo consultivo. Diciassette consiglieri di amministrazione. Nella gestione separata comitato amministratore di nove membri. Collegio sindacale di sette membri.

 

Nel 2019 il presidente del Consiglio di amministrazione ha percepito 234.576 euro lordi più 9.236 euro di rimborsi per missioni per un totale di 243.812 euro. Il presidente del collegio sindacale ha percepito 66.536 euro più 15.323 di rimborsi per missioni: totale 81.859 euro. In totale i componenti degli organi di gestione di Inpgi 1 (giornalisti dipendenti) hanno ricevuto compensi per1.040.694 euro, mentre gli organi di gestione di Inpgi 2 (giornalisti autonomi) sono costati 180.076 euro.

 

Certifica la Corte dei Conti che le indennità di carica degli organi collegiali per il 2019 sono aumentate dell’1,1 per cento rispetto alle indennità del 2018.
Nel 2019 i costi complessivi per gli organi sociali di Inpgi 1, inclusi gli oneri previdenziali e assistenziali, sono aumentati del 2,65 per cento rispetto al 2018.

 

Il costo complessivo per il personale è aumentato del 2,88 per cento rispetto al precedente esercizio. L’importo include il costo degli 8 dirigenti e del Direttore generale, che ammonta a 2,19 milioni (inclusi oneri previdenziali e assistenziali), per un costo medio del solo personale dirigente pari a 242.881 euro.

 

Il Direttore generale è stato nominato con delibera del Consiglio di amministrazione nell’aprile 2013 “ed è tuttora in carica”. Valuterà l’Ente -scrive la Corte-“alla scadenza dell’attuale mandato, l’opportunità di prevedere la temporaneità degli incarichi dirigenziali di vertice, in applicazione dei principi di trasparenza e rotazione”.

 

Al Direttore generale è corrisposta una retribuzione complessiva pari a 241.589 euro, oltre ai compensi accessori (pari a 12.500 euro), i costi per missioni e trasferimenti (pari a 9.303 euro), gli oneri previdenziali e assistenziali (64.996 euro) e il trattamento di fine rapporto (19.688 euro).

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(
www.professionereporter.eu)

 

 

 

 

 

L'onda rosa della finanza italiana. Chi sono Jingle Pang e Diva Moriani le top manager del 2022

di Marta Barbera - Affaritaliani

 

MILANO - Jingle Pang arruolata dal numero uno di UniCredit, Andrea Orcel, per gestire la trasformazione digitale della tower di piazza Gae Aulenti da una parte. Dall'altra Diva Moriani, aretina doc, nella top ten delle dirigenti più pagate in Italia, già membro del membro del Cda delle Generali e in corsa, secondo quanto riferito da Affaritaliani.it, per la presidenza.

Sono queste due delle donne manager più influenti del 2021, aventi le carte in regola per segnare la svolta rosa della finanza nel 2022. 

 

Aretina doc, 53 anni, Diva Moriani è nella top ten delle manager più pagate d'Italia con uno stipendio che supera i 540mila euro, dietro solo a nomi dal calibro di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, e più avanti rispetto ad altre colleghe come Alessandra Gritti, vicepresidente e amministratore delegato di Tip, Monica Mondardini, direttore generale di Cir (Compagnie Industriali Riunite) e Alberta Ferretti, vicepresidente di Aeffe. Moriani fa parte del club esclusivo dei volti più influenti della finanza italiana.

 

Classe 1968, Moriani nasce a Staggiano, piccola frazione del comune di Arezzo, studia al liceo scientifico Francesco Redi, si laurea in Economia all'Università di Firenze nel 1993, per poi trasferirsi a Milano dove attualmente vive e lavora. Con un curriculum tutt'altro che incompleto, Moriani inizia a muovere i primi passi nei piani alti della finanza nel 2007, quando ottiene la carica di vicepresidente esecutivo di Intek, la holding del gruppo di partecipazioni guidato da Vincenzo Manes.

 

Dal 2010 è vice presidente di Kme, leader in Europa nella produzione di semilavorati in rame come tubi, barre, laminati destinati al settore edilizio e industriale, multinazionale che conta ben seimila dipendenti. Nel 2014 entra nel board del marchio di lusso italiano Moncler e nel Cda del colosso energetico guidato da Claudio Descalzi, l'Eni. Dall'aprile del 2016 è membro del consiglio di amministrazione di Assicurazioni Generali, dove ricopre attualmente il ruolo di consigliere indipendente non esecutivo, presiedendo anche il comitato di nomine e remunerazione e quello per le operazioni con parti correlate.  Due organismi interni di corporate governance centrali nella battaglia del controllo del Leone di Trieste nel 2022 fra la Mediobanca di Alberto Nagel e i due grandi vecchi del capitalismo italiano: il fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e l'imprenditore capitolino Francesco Gaetano Caltagirone

 

Insomma, una donna più che multitasking, che oltre a investire in studio e carriera riesce a ricamare del tempo, come svela in una recente intervista, anche alla famiglia. Il segreto? "Ho cercato di fare del mio meglio, con responsabilità ed esercizio della delega, senza provare mai a fare l’eroe. Ci sono compromessi da fare, certo, ma l’importante è viverli con serenità e senza sensi di colpa, perché io sono e voglio essere, allo stesso tempo, una professionista, una mamma, una moglie e una donna. È possibile farlo ed è un dovere farlo, se vogliamo trasmettere alle nuove generazioni il messaggio di un mondo più equo e giusto", ha sottolineato la top manager. 

 

Di origine mongola, invece, con una carriera lavorativa vissuta praticamente tutta in CinaJingle Pang è il secondo volto dell'anno andato e che verrà. Laureata in Economia con specializzazione in Statistica alla Inner Mongolia University di Honhot, muove i primi passi nel 1991 alla China Construction Bank, dove trascorre circa dieci anni. Qui, inizia a sperimentare diverse cariche e divisioni, prendendo dimestichezza con la versatilità che impone questo settore. Nel 2000 si trasferisce alla sede cinese di Standard Chartered Bank. Il 2007 è l'anno di approdo in Ubs dove conoscerà Andrea Orcel.

 

Dieci anni più tardi, nel 2017, entra a far parte di Ping An Insurance Group, nota anche come Ping An of China, la holding cinese che si occupa di assicurazioni, banche, gestione patrimoniale, servizi finanziari, assistenza sanitaria, servizi automobilistici e smartcity. Qui ricopre un ruolo chiave team di executive leadership: Pang trasforma letteralmente il gruppo in una fintech di successo, puntando sulle possibilità infinite della tecnologia. Dote che non passa inosservata al numero di UniCredit che a maggio 2021 decide di arruolarla per guidare la trasformazione digitale del suo team. In Piazza Gae Aulenti c'è grande aspettativa sulla manager il cui team supervisionerà una delle parti centrali del nuovo piano industriale di Orcel. 

 

Ma non solo doti pratiche, bensì umane. L'ex vicedirettore generale di Ping An Technology, in un'intervista a PageExecutive, si racconta infatti come "non solo un capo, ma un membro del team". Il rapporto con la squadra deve essere basato sulla "fiducia reciproca". "Siamo chiamati a fare la differenza e per riuscirci è indispensabile avere una visione d'insieme", ha sottolineato la manager. 

Il rinnovo della lista del consiglio del Leone e il mantra digitale di piazza Gae Aulenti

Detto ciò, come potranno influire Diva Moriani e Jingle Pang nei giochi della grande finanza tricolore del 2022? Come anticipato da Affaritaliani.it la dirigente aretina corre per la presidenza del Leone. Secondo infatti fonti vicine al delicato processo del rinnovo delle cariche sociali a Trieste, le chances di riconferma dell'attuale presidente delle Assicurazioni Generali Gabriele Galateri sono basse, se non nulle.

 

C'è chi allora, sulla scia di ciò che desidera il mercato, punta a cavalcare l'onda rosa nel management, in vista dell'assemblea di aprile. Nella lista come presidente donna, il nome più al centro delle indiscrezioni è appunto quello di Diva Moriani. La consigliera 53enne potrebbe quindi rappresentare il jolly decisivo per Piazzetta Cuccia da giocare nella partita aperta sulla governance del Leone.

 

Mentre dall'altra parte, il ruolo di Jingle Pang è già cosa sicura. Orcel l'ha chiamata a Milano per gestire la "fase cruciale" della nuova UniCredit, che punta a diventare player fondamentale in termini di trasformazione digitale, accorciando la distanza con il campione nazionale Intesa-Sanpaolo puntando sull'efficienza e sulla crescita organica. "L'esperienza e la sua profonda conoscenze del mondo digitale, bancario e delle operations portano una prospettiva nuova attraverso la quale possiamo vedere il nostro business permeando il nostro dna istituzionale", ha spiegato l'amministratore delegato di UniCredit, motivando la scelta fatta su Pang.

 

"Siamo in una fase cruciale di questa trasformazione digitale e ci stiamo impegnando a creare una nuova Unicredit con tutte le carte in regola per affrontare al meglio il 21° secolo", hanno scritto Orcel e la stessa Pang in una lettera ai dipendenti dopo la nomina. "Una realtà in cui il digitale e i dati giocano un ruolo fondamentale, e dove il modo miglior per soddisfare i bisogni dei nostri clienti consiste nel rafforzare senza soluzione di continuità il nostro setup digitale".

 

La mossa è "un ulteriore passo in avanti verso il prossimo capitolo come banca e garantisce una maggior semplificazione delle nostre attività digitali e di innovazione", hanno continuato i due. "Ci vorrà tempo, concentrazione ed un cambiamento di mentalità collettivo", ma le basi e il background di chi sta al timone ci sono.

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(Marta Barbera - www.affaritaliani.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così Draghi e Scholz tracciano il triangolo con la Francia. Primi passi verso un piano d'azione

di Michele Valensise - Diplomatico - Huffington Post

 

ROMA - Non è stata solo la cortesia a indurre Olaf Scholz a mettere in agenda l’incontro a Roma con Mario Draghi subito dopo le  visite di presentazione a Parigi e Varsavia, oltre che a Bruxelles. Il neo-cancelliere ha un interesse sostanziale a verificare direttamente lo stato di salute dell’Italia e il suo impegno sui rapporti bilaterali e sul piano europeo. A Palazzo Chigi, Scholz smentisce chi lo descrive come un amburghese distante e compassato; mostra piuttosto attenzione e apprezzamento per un partner di cui conosce bene l’importanza. La competenza e l’autorevolezza del presidente del Consiglio italiano aiutano molto, naturalmente. Ma il cancelliere ha in mente l’Italia e quello che insieme si potrà costruire in Europa.

 

La scelta di Roma non è casuale. In realtà, è la prima visita bilaterale all’estero del successore di Angela Merkel. Le altre due, in Francia e Polonia, sono più che altro adempimenti meccanici a ogni insediamento di governo a Berlino. Nei confronti di Roma, è un segnale di riguardo e di attesa. C’è rispetto per come stiamo gestendo la campagna vaccinale, mentre per tanti motivi le cose vanno peggio in Germania; c’è curiosità per l’aria relativamente positiva che si respira da noi, malgrado difficoltà e incertezze. Per i tedeschi, dopo il consistente investimento nel Next Generation Eu – e Scholz che da ministro delle Finanze lo ha voluto l’anno scorso lo sa bene - è fondamentale assicurarsi che il meccanismo funzioni al meglio, senza intoppi o dispersioni.

 

C’è soprattutto il desiderio di mettere a fuoco l’assetto con cui i principali Paesi Ue abborderanno le prossime fasi del lavoro in Europa. L’Italia, insieme alla Francia, è in cima alla lista ed è utile serrare i ranghi, anche Scholz ne è convinto. Non poteva mancare uno scambio di idee riservato, nel tête à tête iniziale tra i due, sulla riforma del patto di stabilità. Il contratto di coalizione del governo tedesco apre qualche possibilità, ma il cancelliere deve tener conto delle retrovie, non solo liberali, con alcuni suoi stessi uomini, oltre che dei “frugali”. La strada, pur se in salita, è percorribile.   

 

Ci si muove verso un “piano d’azione” italo-tedesco. Molti campi vantano già stretti contatti e una buona cooperazione. Ora si tratta di sistematizzare le iniziative, attraverso una cornice più organica. Innanzitutto si individueranno, grazie al lavoro delle prossime settimane di diplomatici e esperti, i settori specifici nei quali conviene stringere le maglie della collaborazione già in corso, soprattutto in vista della realizzazione degli obiettivi prioritari del Pnrr, transizione ecologica, digitalizzazione, infrastrutture. Si punterà a una consultazione più regolare, istituzionalizzata, anche a livello politico. Fa impressione ricordare che l’ultimo vertice intergovernativo italo-tedesco risale al lontano 2016, a Maranello. Per il futuro si vuole lavorare su un’agenda condivisa con appuntamenti periodici. Con chi altro farlo se non con la Germania, nostro primo partner commerciale e industriale? E’ bene quindi puntare, come è stato deciso, a un prossimo vertice bilaterale allargato ai ministri interessati in primavera/estate del 2022.

 

Non c’è bisogno di indugiare sulla semantica, la priorità è la sostanza delle intese. Poi ci si potrà sbizzarrire a decidere se il piano d’azione prenderà forma con un trattato, un accordo, un memorandum o altro. Non sarà un problema. Come già detto, l’importante è dar corpo – senza eccessive velleità - a un’intesa complementare alla storica collaborazione franco-tedesca e al recente accordo italo-francese. Il triangolo da disegnare sarà aperto ad altri e guarderà all’Europa, la cui integrazione – dicono all’unisono Draghi e Scholz – va rafforzata.

 

Se l’Europa deve essere più coesa, è imperativo che parli con una voce sola, anche qui i due leader sono in totale sintonia. Hanno ben chiara la direzione di marcia, ma devono avere molta pazienza. Ci vogliono più decisioni a maggioranza, “ma trovando un’intesa”. A cominciare, ad esempio, dalla crisi ucraina, per la quale l’Unione deve promuovere un dialogo sia con Kiev sia con Mosca sulla base di una posizione comune europea. In vari quadranti Italia e Germania hanno interessi convergenti. Draghi e Scholz seguono la stessa logica, usano le stesse parole, si conoscono e si stimano. L’agenda comune è impegnativa e promettente, il lavoro insieme comincia bene, lo pensano entrambi quando si salutano con cordialità dopo l’incontro. E mentre scende le scale di Palazzo Chigi, forse anche il tedesco si chiede quanto durerà.

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(www.huffingtonpost.it - Michele Valensise, diplomatico di lungo corso, dopo alcuni incarichi all’estero - Brasile, Germania, Libano, Unione Europea - è stato capo del Servizio Stampa della Farnesina. Poi ambasciatore d’Italia a Sarajevo, a Brasília e a Berlino in anni intensi. Dal 2012 al 2016 è stato segretario generale del Ministero degli Esteri)

 

 

 

"Il crollo del Muro di Berlino non doveva portare alla fine dell'Urss". Intervista a Peter Brandt

di Roberto Brunelli - Agenzia Italia

 

BERLINO - "Il crollo del Muro di Berlino non avrebbe dovuto portare alla fine dell'Urss". A trent'anni precisi da quel 25 dicembre in cui la bandiera sovietica fu ammainata dal Cremlino (Mikhail Gorbaciov si era dimesso mezz'ora prima), lo storico tedesco Peter Brandt - figlio del cancelliere dell'Ostpolitik, Willy Brandt e grande indagatore delle relazioni tra Occidente e Russia - in quest'intervista esclusiva all'AGI dà una lettura controcorrente dei rivolgimenti che portarono al collasso del gigante sovietico.

 

Professor Brandt, sono passati trent'anni: il muro di Berlino era già caduto, eppure fino a poco tempo prima la fine dell'Urss sembrava qualcosa di impensabile. Visto dall'oggi, come è stato possibile?

 

"La dissoluzione dell'Unione Sovietica fu l'ultimo atto drammatico della dissoluzione del socialismo reale in Europa. Questo sistema aveva dimostrato un certo successo nell'industrializzazione, ma che era risultato fallimentare in quanto al passaggio dalla crescita estensiva a quella intensiva. Motivo per cui il divario negli standard di vita nel corso dei decenni divenne sempre più grande, e la mancanza delle libertà individuali e collettive veniva percepita con forza maggiore, vieppiù alla luce della distensione degli anni sessanta e delle promesse legate all'Accordo di Helsinki del 1975"

 

La via delle riforme non sarebbe bastata?

 

"Tanto per cominciare, negli anni ottanta era cresciuta la dipendenza economica di diversi Paesi dell'Est nei confronti dell'Occidente, mentre l'Urss rimaneva impigliata nell'insostenibile guerra in Afghanistan e non poteva tenere il passo con gli Usa nella corsa agli armamenti. Insomma, il sistema si sarebbe potuto tenere in piedi con un'oppressione ancora più dura solo forse per uno o due decenni. E alla fine la vera e propria dissoluzione fu il risultato del fallimento delle riforme gorbacioviane e del tentato golpe diretto proprio contro di esse. Un percorso favorito dalle rivalità interne alla leadership sovietica e tra alcune repubbliche, a cominciare dalla stessa Russia".

 

Eppure la perestrojka e la glasnost avevano portato con sè tante speranze e attese, dopo la fine della guerra fredda...

 

"Gorbaciov aveva capito quali fossero i fondamenti della crisi di sistema, ma non aveva una bussola chiara. E probabilmente era comunque troppo tardi: era rimasta inascoltata la grande chance di rispondere con delle riforme di fondo alla 'perestrojka del 1968', ovvero del socialismo cecoslovacco 'dal volto umano'".

 

Fu una figura tragica Gorbaciov?

 

"Senza dubbio: perchè alla fine non si sono potuti realizzare nè un socialismo rinnovato, nè un superamento dei conflitti tra le grandi potenze, nè la casa comune Europa. Per di più, Gorbaciov oggi viene ancora visto come il distruttore dell'impero. I suoi tentativi di cambiare le cose - tentativi che certamente hanno avuto anche dei risultati - hanno fatto emergere ancora più chiaramente le mancanze del vecchio sistema. Come suo merito storico, invece, rimarrà il fatto che il disfacimento del vecchio ordine sia avvenuto senza un bagno di sangue".

 

Il 9 novembre 1989 era caduto il Muro di Berlino. In che senso contribuì alla fine dell'Unione sovietica?

 

"Ci si ricorda sempre la frase che Gorbaciov aveva pronunciato solo poche settimane prima davanti ai vertici della Ddr: "Chi arriva in ritardo sarà punito dalla vita". "Fondamentalmente la caduta del Muro ha contribuito in modo massiccio al crollo della Ddr e del Patto di Varsavia. Ma non si deve dimenticare che sin dall'agosto 1989 alla guida della Polonia c'era già un presidente non comunista e che anche in Ungheria erano state poste le basi di un sistema multipartitico. Gorbaciov aveva anche abolito la dottrina della sovranità limitata dei Paesi del blocco orientale. Lo ripeto: il crollo del Muro non avrebbe dovuto portare alla dissoluzione dell'Unione sovietica".

 

A 30 anni di distanza, le relazioni tra l'Occidente e la Russia sono ancora molto complicate. Cosa abbiamo sbagliato?

 

"L'Occidente, ossia gli Stati Uniti, non ha perseguito coerentemente la strada del superamento delle strutture del blocco attraverso un sostanziale disarmo e la creazione di un sistema di sicurezza paneuropeo, come indicato nella Carta di Parigi del novembre 1990, ed invece ha dato priorità al rafforzamento della Nato. Il desiderio dei Paesi dell'Europa centro-orientale e sud-orientale di unirsi è comprensibile a causa delle loro esperienze storiche, ma l'allargamento a est sarebbe altamente problematico per qualsiasi governo russo concepibile".

 

Cosa ne dice della crisi ucraina, che sembra aver risvegliato antichi spettri?

 

"Certo la Russia non facilita il compito a coloro che nell'Occidente si impegnano per la distensione, anche se le sue azioni ai confini occidentali sono comprensibili: il tintinnar di sciabole non rappresenta la preparazione di un grande attacco (spero di non sbagliarmi), ma è un modo per far pressione affinchè la Nato rinunci ad ammettere l'Ucraina. Naturalmente, questo potrebbe non accadere nel modo in cui lo immagina Mosca. In generale, la de-escalation è necessaria da parte di tutt'e due le parti in conflitto. In più va detto che nel suo complesso la crisi ucraina non è unilateralmente causata da azioni russe o filorusse, ma piuttosto da una divisione culturale e socio-politica interna ucraina, nonchè da un meccanismo di escalation reciproca in parte determinato da percezioni errate di ciascuna parte".

 

Anche i rapporti tra la Germania e la Russia sono molto tesi: prima gli attacchi hacker al Bundestag, poi l'omicidio del Tiergarten che sarebbe stato orchestrato dai servizi russi, ma anche il braccio di ferro intorno ad Aleksey Navalny. Tuttavia il nuovo cancelliere Olaf Scholz insiste sulla necessità di mantenere aperto il dialogo. Lei come la vede?

 

"Supponiamo che il delitto del Kleiner Tiergarten sia stato, come stabilito da un tribunale, un omicidio su commissione statale: ma anche gli Usa uccidono con i droni migliaia di presunti terroristi oltre che un notevole numero di civili. L'una e l'altra cosa sono atti spregevoli, e naturalmente lo Stato tedesco deve difendersi dal diventare il luogo in cui vengono realizzati tali azioni".

"Ma in generale consiglierei di separare il livello dei rapporti tra due Stati mossi da interessi, preferibilmente improntati alla cooperazione (di cui abbiamo bisogno anche per affrontare crisi dell'umanità come quella climatica) e il livello della discussione pubblica completamente libera, compreso il sostegno simbolico e diretto a movimenti di emancipazione attraverso organizzazioni di solidarietà, associazioni e partiti. Un sostegno, aggiungo, che secondo me non dovrebbe concentrarsi solo sui Paesi dell'est europeo e della Cina".

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(Intervista di Roberto Brunelli - www.agi.it - Giornalista professionista, Brunelli all'Unità è stato caposervizio esteri, caposervizio cronaca nazionale, caposervizio cultura & spettacoli. Numerose le sue esperienze radiofoniche e televisive. Gli inizi a Paese Sera (Firenze) e a Italiaoggi (Milano). Autore di una intressante biografia di Angela Merkel, tra il 2014 e il 2015 ha scritto per la Friedrich Ebert Stiftung due saggi sulla politica in Italia. Dopo un periodo a Berlino per l'Agi e un altro anno e mezzo a Repubblica tra redazione esteri e il settimanale Il Venerdì, ora scrive di nuovo per l'Agi di politica estera e per l'Espresso. A volte anche per la "Zeit on line")

 

 

 

La nostalgia sovietica di Vladimir Putin. Trent'anni fa, il 25 dicembre 1991, la dissoluzione dell'Urss

di Pierre Haski - L'Obs

 

 

PARIGI - Ben prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica – trent’anni fa, il 25 dicembre 1991 – un consulente di Michail Gorbaciov si era rivolto in modo ironico agli occidentali: “Vi renderemo il peggiore dei servizi, vi lasceremo senza nemici”. In effetti, nel corso di quelle frenetiche giornate del dicembre 1991, la “minaccia” di veder sparire uno dei pilastri dell’equilibrio strategico del ventesimo secolo fece suonare l’allarme in occidente. Quando il presidente francese François Mitterrand chiamò Gorbaciov, racconta l’ex portavoce del Cremlino Andrej Gracev, “la sua voce solitamente imperturbabile era piena di emozione, tanto che fu Gorbaciov a consolarlo”.

 

Inizialmente la profezia sulla “scomparsa dei nemici” si è rivelata corretta, al punto tale che si è parlato di “fine della storia”. Ma con il tempo le cose sono cambiate. La Russia di Vladimir Putin, nata dalle rovine postsovietiche disfunzionali e alcoliche di Boris Eltsin, si è trasformata, se non proprio in un “nemico”, quantomeno in un avversario.

 

Era evitabile? Secondo esperti come Hubert Védrine, protagonista di quell’epoca cruciale, l’occidente ha commesso l’errore di dimenticare che i russi erano… russi, ovvero eredi di un grande impero, comunista, certo, ma comunque un impero spiccatamente russo. O forse era inevitabile questo ritorno dell’affermazione nazionale russa e dell’ambizione regionale di Mosca, per opera di un dirigente formato nel Kgb e intenzionato a rispettare solo i rapporti di forza?

 

Evidentemente non si tratta solo di una disputa tra storici, ma del contesto in cui si svolge la nuova prova di forza messa in atto da Mosca in Ucraina a partire da dicembre, oltre alla manovra più generale da parte della Russia per spingere l’occidente a riconoscere una sfera d’influenza russa e per cambiare le regole del gioco internazionale.

 

Il destino dell’Ucraina è al centro di questa tensione che contiene tutti gli ingredienti della guerra, anche se la razionalità spingerebbe a evitare che si vada oltre il conflitto in corso da sette anni nel Donbass. Prima di tutto esiste una percezione falsata: “L’indipendenza del paese nel 1991”, ricorda Alexandra Goujon, “è considerata a volte come un incidente della storia, mentre all’interno del paese è ritenuta il frutto di una lunga battaglia contro potenze estere che, come Russia e Polonia, hanno occupato a lungo le terre ucraine”. Non possiamo certo risolvere la questione ucraina senza gli ucraini.

 

 

Inoltre esiste un contesto più generale, quello di un cambiamento del mondo tra ascesa cinese, affermazione delle potenze regionali emancipate e dubbi riguardo la superpotenza statunitense e le sue intenzioni. In ogni punto di contatto tra le placche tettoniche geopolitiche è in corso un test dei rapporti di forza per modificare i margini di manovra dei protagonisti vecchi e nuovi.

 

La Russia è uno dei principali attori di questo “grande gioco” planetario, trent’anni dopo la fine della parentesi sovietica. Il rischio, con Putin, nostalgico dell’Urss, è che per farsi rispettare la Russia pensi che l’unica soluzione sia far rinascere il “nemico”. La profezia del 1991 alla fine è sopravvissuta, ma è ancora possibile affrontare Putin senza considerare la Russia come un “nemico”.

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(Pierre Haski - www.nouvelobs.com - Giornalista francese, Haski si occupa di politica internazionale per Radio France Inter e scrive per L'Obs, ex Nouvel Observateur. I suoi interventi sono pubblicati da www.internazionale.it e tradotti da Andrea Sparacino - Sostenete "Internazionale" abbonandovi)

 

 

Duello segreto tra la Marina britannica e quella russa. Così la Royal Navy controlla i sottomarini di Mosca

di Lorenzo Vita - InsideOver

 

MILANO - Londra osserva continuamente i movimenti delle unità russe al largo delle sue coste. Lo fa da sempre, almeno dalla Guerra Fredda. E quel passaggio che collega le basi della Flotta del Nord all’Atlantico e che costeggia le acque del Regno Unito è il teatro di un costante duello tra la Marina britannica e quella di Mosca. Lo era ai tempi in cui c’era l’Unione Sovietica, e lo è ancora oggi con lo scontro sempre più acceso tra il blocco occidentale e il Paese guidato da Vladimir Putin.

 

Per la Royal Navy, il lavoro non si è fermato nemmeno nel periodo natalizio. Il quotidiano britannico The Telegraph ha raccontato in questi giorni di come la fregata HMS Westminster abbia fatto una sosta nelle isole Shetland senza mai interrompere la sua attività principale: controllare i sottomarini russi attraverso il suo sistema di sonar in grado di intercettare qualsiasi movimento nemico. La nave, come confermato anche dall’account Twitter dell’unità della Royal Navy, è ripartita in questi giorni a nord della Gran Bretagna esercitandosi anche con la Guardia costiera. Ma la missione più importante resta sempre quella di monitorare attraverso il suo lungo cavo srotolato a poppa il passaggio di tutte le unità russe che solcano quei mari.

 

Gli analisti ricordano che questo è un periodo abbastanza comune per la “caccia” alla flotta russa. In questa fase dell’anno, con l’arrivo del Natale ortodosso, è molto facile che le navi della flotta di Mosca e i suoi sommergibili si avvicinino verso casa, in particolare nella base di Severomorsk. E questa coincidenza temporale fa sì che anche la Royal Navy si muova in superficie e negli abissi per osservare più da vicino i mezzi della Flotta del Nord.

 

Per Londra si tratta di un problema sempre molto rilevante. Le attenzioni britanniche nei confronti della potenza navale russa sono altissime, sia perché Mosca rappresenta uno dei principali avversari strategici del Regno e della Nato, sia perché le sue coste sono spesso oggetto di transito delle unità del Cremlino, che dalle basi settentrionali si spingono verso l’Atlantico per dirigersi in larga parte nel Mediterraneo. Il passaggio a nord della Gran Bretagna così come a sud, attraverso il canale della Manica, scatena molto spesso le reazioni della marina e dell’aviazione del Regno, tanto che in molti sottolineano il fatto che queste manovre russe, oltre a passaggi obbligati per andare verso i “mari caldi” rappresentano anche continui test sulle reazioni della Difesa inglese.

 

La Russia non ha mai smentito questo tipo di letture e, nel corso degli ultimi anni, è sorto anche dall’altra parte il desiderio di testare le reazioni avversarie specialmente sul fronte orientale dell’Europa. Il Regno Unito difficilmente potrebbe fare incursioni nelle acque più vicine alle coste settentrionali della Federazione Russa, ma sfrutta la presenza in Estonia, le missioni di “air policing” sul fronte orientale e eventuali operazioni nel Mar Nero per provocare Mosca.

 

Questo gioco tra Russia e Regno Unito interessa, come ovvio, anche gli Stati Uniti. Come a Londra non hanno ma rimosso il problema russo dai primi punti dell’agenda della difesa, così anche a Washington il pensiero è rivolto non solo alla nascente potenza navale cinese, ma anche a quella del vecchio nemico della Guerra Fredda.

 

I sottomarini Usa fanno spesso tappa nelle basi navali in territorio britannico. E il controllo del Giuk Gap, il corridoio che unisce idealmente Groenlandia, Islanda e Regno Unito e che rappresenta lo sbarramento strategico per i sommergibili russi che vogliono entrare nell’Atlantico, è di interesse strategico tanto per Londra che per Washington. Controllare il passaggio di queste unità, soprattutto in una fase in cui la potenza sottomarina di Mosca è apparsa in forte ascesa, è importante anche per il Pentagono. Motivo per cui le missioni della Royal Navy, a caccia di mezzi russi in vista del Natale ortodosso, saranno sicuramente analizzate anche Oltreoceano.

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(Lorenzo Vita - www.insideover.com - Laurea in Giurisprudenza, master in geopolitica e corsi su terrorismo e guerra ibrida. Lorenzo Vita ama la storia. Una passione gli ha cambiato la vita: raccontare quello che succede nel mondo. Nel 2017 è entrato nella redazione de ilGiornale.it. Vive tra Roma e Milano. Ha scritto L’onda turca, edito da Historica-Giubilei Regnani)

 

 

 

 

OBS MAGAZINE

 

IL GIUBILEO DI PLATINO

 

Per i 70 anni di regno di Elisabetta II, Buckingham Palace promette «uno show unico» per i sudditi

di Peter Ferrante

 

LONDRA - Saranno «uno show unico» per i sudditi britannici le celebrazioni del "Giubileo di Platino" - ossia dei 70 anni di regno di Elisabetta II - previste per l'anno appena cominciato, il 2022.

L'eccezionale anniversario dell'inossidabile regno di Elisabetta cade il 6 febbraio 2022. Ma le date per i festeggiamenti sono state fissate dal 2 al 5 giugno, ben quattro giornate festive consecutive. Sarà «un momento storico, una celebrazione degna di essere ricordata, che riunirà l'intera nazione e tutto il Commonwealth», ha detto alla Bbc il premier Boris Johnson.

 

Dall'ascesa al trono nel 1952 della figlia di Giorgio VI, divenuta nel frattempo la sovrana regnante più longeva della storia britannica, vi sono state altre sette occasioni in cui il Paese ha aggiunto giornate non lavorative al calendario in omaggio ai Windsor: per l'incoronazione ufficiale nel giugno 1953; per il matrimonio della principessa Anna con Mark Phillips nel 1973; per il Giubileo d'Argento (25 anni sul trono) nel 1977; per le nozze del secolo fra Carlo e Diana nel 1981; per il Giubileo d'Oro (50 anni sul trono) nel 2002; per il matrimonio fra il principe William, secondo in linea di successione, e Kate Middleton nel 2011; e infine per il Giubileo di Diamante (60 anni sul trono) nel 2012.

 

Il Giubileo di platino si svolgerà quindi da giovedì 2 a domenica 5 giugno e l'evento centrale sarà il Trooping The Colour, la parata annuale che si tiene in occasione del compleanno di sua maestà. Data l'occasione più unica che rara, i festeggiamenti si estenderanno ben oltre il weekend, con mostre ed esposizioni che raccontano il regno di Elisabetta II. Alcune saranno allestite nelle residenze reali, altre al di fuori, ma pur sempre mostrando i tesori della Royal Collection. Ecco le iniziative più interessanti che dureranno per tutto l'anno del Giubileo.

 

La Platinum Jubilee: The Queen's Accession durerà dal 22 luglio al 2 ottobre presso Buckingham Palace. L'esposizione ripercorre l'ascesa al trono di sua maestà, dalla morte improvvisa del padre, re Giorgio, nel 1952, all'incoronazione del 2 giugno 1953 e oltre. In mostra ci saranno ad esempio gli scatti realizzati alla regina il 26 febbraio 1952, appena 20 giorni dopo il lutto, e che funzionarono da sfondo per i francobolli fino al 1971. Nello scatto Elisabetta indossa gioielli preziosi, che saranno esposti insieme ai ritratti, tra cui la tiara The Girls of Great Britain and Ireland, un pezzo unico ricevuto come regalo di nozze dalla regina Mary.

 

Sempre a Buckingham Palace si terrà la Royal Mews (dal 19 maggio al 2 ottobre 2022) con le carrozze utilizzate tradizionalmente e ancora oggi per gli eventi ufficiali, tra cui la famosa Gold State Coach, commissionata da Giorgio III nel 1762 e utilizzata a ogni incoronazione da Giorgio IV nel 1821 in poi. Alla mostra sarà anche possibile socializzazione con cavalli e pony. Dal 14 luglio al 25 settembre, il Palazzo di Holyroodhouse ospiterà la Platinum Jubilee Display, un racconto che ripercorre i precedenti Giubilei di Sua Maestà: d'argento, d'oro e di diamante.

 

L'abito e le regalìe indossate da Elisabetta II durante la sua incoronazione, nel 1953, saranno esposte al castello di Windsor dal 7 luglio al 26 settembre, alla The Queen's Coronation Exhibition. Disegnato dal couturier di corte, Sir Norman Hartnell, l'abito indossato da sua maestà è di raso duchesse bianco ed è ricamato con l'iconografia di emblemi floreali nazionali e del Commonwealth in filo d'oro e d'argento con perline, paillettes e cristalli. Il disegno fu realizzato da 12 ricamatrici che hanno usato 18 diversi tipi di filo d'oro, impiegando 3.500 ore per completare il lavoro.

 

Dal 31 dicembre 2021, presso la Queen's Gallery di Buckingham Palace, ci sarà la Masterpieces from Buckingham Palace, mostra dedicata ai dipinti della formidabile e ricca Royal Collection.

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(Peter Ferrante giornalista italo-inglese collaboratore di Nuovo Observer)

 

 

 

MINISERIE SU NETFLIX

 

 

L'ironia di Ficarra e Picone sulla dipendenza fanatica da serie tv. "Incastrati" al ritmo del thriller

di Teresa Marchesi - Huffington Post

 

ROMA - Un giorno ricorderemo l’era Covid anche come l’atto di mutazione genetica del cinema come lo conoscevamo: anche Ficarra e Picone, campioni d’incassi della commedia pensante in sala, debuttano nella serialità. La loro prima miniserie, “Incastrati”, arriva su Netflix il 1° gennaio. E può permettersi di ironizzare sul fenomeno stesso: la dipendenza fanatica da serie tv.

 

Salvo Ficarra, infatti, fin dall’inizio è ‘incastrato’ da una serie fluviale di pura invenzione - ma trash come la media dei prodotti su piattaforma - che si intitola “The Touch of the Killer” e che, gli ripete sua moglie, “gli spappola il cervello”. Non solo: gli fa trascorrere notti da binge watcher davanti alla tv e gli fa ossessionare il cognato Valentino - anche suo socio nell’ impresina di manutenzione di elettrodomestici - con i misteri e le trame degli eroi di finzione. 

 

Da questa irriverente premessa - comicamente irriverente verso il format - parte una catena di equivoci e disavventure che sono il pretesto per fare satira sulla ‘cupola’ mafiosa, sulle bustarelle infinite della pubblica amministrazione, sui luoghi comuni di tanta retorica radio-tv (‘la dolcezza’ e ‘l’amaro’ buoni per qualsiasi notizia), sulle propensioni delle istituzioni ecclesiastiche all’evasione fiscale, e molto altro. È una serie ‘comedy’, ma ha il ritmo di un thriller.

 

I cinefili rintracceranno puntuali citazioni dal cinema di Germi (il nome Ascalone e le battute “Non è semplice...” a proposito della ‘commedia bella’ vengono da “Sedotta e abbandonata”) e si godranno certe spiritose figurazioni di Tony Sperandeo e Leo Gullotta, ma anche di attrici di teatro meno note ma assai speciali come Mary Cipolla (la mamma di Valentino) e Rossella Leone (la Testimone di Geova).

 

In controluce ci sono tutti i temi cari al cinema di Ficarra e Picone. L’illegalità costa molto più della legalità. “Le tasse sono il vero problema di questo Paese”, lamenta il boss mafioso latitante, scandalizzato perché “siamo arrivati al punto che è la politica a nominare i candidati elettorali, e siamo pure costretti a votarli, turandoci il naso”. In capo ai sei episodi della serie, garantito, certe sortite entreranno nel linguaggio comune, come l’epiteto ‘Cosa Inutile’ e la parola d’ordine degli amministrativi ‘da bustarella’: “Andate a nome mio, ma senza far nomi!”.  

 

Ma chi sarà il vero killer, la vera mano dietro l’omicidio ‘eccellente’ motore della vicenda? Non siamo in modalità “Montalbano”: per scoprirlo, bisogna aspettare il sequel di “Incastrati”, già in cantiere: si gira la prossima primavera.

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(Teresa Marchesi, critica cinematografica e regista, è tra le giornaliste italiane più brillanti, le cui prime esperienze di cronista sono cominciate alla Repubblica di Scalfari. Ha poi lavorato alla Rai come inviata speciale del Tg3 - Blog www.huffingtonpost.it)

 

 

 

LIBRI PIU’ VENDUTI NEL 2021

 

 

La saga dei Florio tiene banco. Seguono "Cambiare l'acqua ai fiori" di Valérie Perrin e "La canzone di Achille" di Madeline Miller

di Leo Coen

 

ROMA - La classifica dei libri più letti nel 2021, stilata anche quest’anno dall’Aie (Associazione italiana editori) in collaborazione con NielsenIQ e diffusa durante l'ultimo Salone del Libro di Torino, vede svettare L’inverno dei leoni di Stefania Auci, secondo volume della fortunatissima saga della famiglia Florio (pubblicata dall’Editrice Nord). L’autrice che si guadagna il primo posto nella top ten detiene anche un altro record: il primo volume della serie, I leoni di Sicilia, uscito nel 2019, si piazza al decimo e ultimo posto.

 

In seconda posizione Cambiare l’acqua ai fiori della scrittrice francese Valérie Perrin, pubblicato in Italia da E/O e uscito nel 2019 (un autentico longseller, come si usa dire). Anche in questo caso, l’autrice d’Oltralpe è presente in classifica con un altro suo titolo (Tre, al quinto posto, uscito però nel giugno di quest’anno). Un record.

 

Terzo La canzone di Achille di Madeline Miller, romanzo d’esordio dell’autrice statunitense e vincitore dell’Orange Prize nel 2012: una rivisitazione della storia di Achille e Patroclo, dal primo incontro alla Guerra di Troia, sino alla morte e al loro successivo ritrovarsi nell’Ade. Il romanzo è stato pubblicato in Italia da Marsilio.

 

A seguire Il sistema, di Alessandro Sallusti e Luca Palamara, edito a gennaio 2021 da Rizzoli: il controverso viaggio nelle stanze segrete della magistratura italiana, che svela l’intreccio – come recita il sottotitolo – tra “potere, politica e affari” all’interno del mondo delle toghe.

 

Dopo il già citato quinto posto di Tre (di Valérie Perrin), il sesto libro in classifica è La disciplina di Penelope di Gianrico Carofiglio, uscito a inizio anno per Mondadori. Si tratta di un classico giallo, ambientato a Milano e con protagonista un’ex pm coinvolta nella risoluzione di un caso di omicidio, che nel frattempo la salva dalla depressione e dell’alcolismo. Nella migliore tradizione dei gialli, di più sulla trama non può essere svelato.

 

Le storie del quartiere di Lyon Gamer, uscito lo scorso febbraio, si piazza settimo: fa parte della letteratura per bambini, a conferma che in Italia la quota dei più piccoli è tra quelle che danno il maggior impulso al mercato dei libri e delle letture; tuttavia – come segnalato dal report 2021 dell’Aie – la fascia d’età 15-17 anni registra il calo più robusto rispetto al 2020.

 

Troviamo poi in ottava posizione Finchè il caffè è caldo dell’autore giapponese Toshikazu Kawaguchi, pubblicato da Garzanti e uscito a marzo dello scorso anno. Una favola delicata, dove basta “un tavolino, un caffè e una scelta” per essere felici.

 

Vecchie conoscenze di Antonio Manzini è il nono titolo, ultimo capitolo della serie di storie che hanno per protagonista il commissario Rocco Schiavone, divenuto celebre per il suo essere scontroso, malinconico e ruvido, anche grazie alla fortunata fiction Rai e interpretato da Marco Giallini. Un libro che conferma l’interesse dei lettori italiani per il giallo e il poliziesco, essendo il secondo libro in classifica appartenente a questo genere.

 

I leoni di Sicilia chiude la top ten e conferma il talento dell’autrice siciliana Stefania Auci, oltre che il grandissimo successo ottenuto dalle vicende famigliari (e non solo) dei Florio, armatori, imprenditori del vino, della conservazione del pesce e di molto altro ancora. Ci sarà un terzo volume?

 

La classifica è stata stilata raccogliendo i dati di vendite tra il 4 gennaio e il 19 settembre scorsi, unendo le cifre relative ai libri di catalogo con quelle su novità e ultime uscite: i primi raccolgono 727 milioni, i secondi 277 milioni. Ma c’è un dato, tra i tanti messi in luce dall’Aie, che induce a riflettere gli operatori del settore e tutti coloro che amano i libri e la lettura: in Italia i lettori “forti” (quelli che leggono più di 12 libri all’anno) diminuiscono sempre di più, ma al tempo stesso diventano ancora più “forti”, leggendo cioè sempre più libri (+3,1 libri rispetto al 2020).

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I Beatles e il lavoro di squadra. La "lezione" di Get Back, il nuovo documentario di Peter Jackson

The Economist

 

 

LONDRA - Paul strimpella la sua chitarra in uno studio di Londra. George sbadiglia e Ringo osserva fiaccamente. John è in ritardo, come sempre. All’improvviso, la magia. Una melodia comincia a prendere forma; George si unisce con la sua chitarra; Ringo comincia a battere un ritmo. Quando arriva John, ci si accorge con un fremito d’eccitazione che il nuovo singolo dei Beatles, Get back, è chiaramente riconoscibile.

 

Get back fornisce sia il momento clou sia il titolo di uno straordinario nuovo documentario di Peter Jackson, che ripercorre i giorni trascorsi insieme dal gruppo, nel gennaio 1969, mentre scrivevano e registravano canzoni per un nuovo album. Per chiunque sia interessato alla musica, alla cultura pop o alla creatività, il film è come una calza piena di leccornie. Quando George fatica a trovare una frase successiva “something in the way she moves” (qualcosa nel modo in cui lei si muove), John ha un consiglio. “Dì semplicemente quel che ti passa per la testa ogni volta – tipo ‘attracts me like a cauliflower’ (mi attrae come un cavolfiore) – finché non trovi le parole giuste”.

 

Anche i dirigenti d’azienda dovrebbero guardarlo. La questione di cosa faccia funzionare una squadra è uno dei pilastri della ricerca sulla gestione aziendale, e il documentario sui Beatles è una rara occasione di vedere all’opera una squadra di livello veramente mondiale. Rafforza i princìpi noti e ne aggiunge di nuovi.

 

Basti pensare al ruolo di Ringo. Quando non sta suonando, il batterista del gruppo trascorre la maggior parte del suo tempo dormendo o con l’aria frastornata. Quando gli altri tre musicisti litigano, lui sorride beato. A un osservatore distratto potrebbe apparire un elemento sacrificabile. Ma musicalmente non c’è niente che funzioni senza di lui, e come componente della squadra stempera i conflitti e ricuce le divisioni.

 

La riconciliazione psicologica ha ruolo importante nel funzionamento delle squadre. Alcuni studiosi dell’Università Carnegie Mellon e del Massachusetts Institute of Technology hanno scoperto che la qualità d’esibizione dei gruppi non è legata all’intelligenza media di chi ci sta dentro, ma a caratteristiche come la sensibilità e la loro capacità di dare a ciascun componente il tempo di parlare. Ringo fornisce un sostegno: il complesso sarebbe meno coeso senza di lui.

 

Un altro principio rafforzato dal film è il seguente: cercare ovunque possibile per trovare ispirazione. In uno studio di McKinsey è stato chiesto a più di cinquemila dirigenti d’azienda di descrivere l’ambiente nel quale hanno vissuto le loro migliori esperienze di lavoro di squadra. Tra le altre cose, l’agenzia di consulenza ha individuato l’importanza del “rinnovamento”, ovvero l’abitudine di tenere lontana la mancanza d’originalità prendendo dei rischi, imparando dagli altri e innovando.

 

Get back mostra una squadra di superstar che adotta precisamente quel tipo di etica: suonare le canzoni di altri gruppi, appropriarsi d’idee altrui come gazze ladre e accettare felicemente il consiglio e l’aiuto di estranei. È l’ingresso di un pianista chiamato Billy Preston – che i Beatles conoscevano fin dai loro esordi, quando suonavano ad Amburgo – che permette alla sessione di registrazione di prendere davvero il volo (facciamo di lui il quinto Beatle, suggerisce John. “Abbiamo già abbastanza problemi in quattro”, replica sconsolato Paul).

 

Il terzo messaggio del film riguarda il quando e il come rendere tutto questo possibile. In un’iniziativa del 2016 chiamata progetto Aristotele, Google ha cercato di definire le caratteristiche delle sue squadre più efficaci. Una delle cose che ha scoperto è che gli obiettivi devono essere “specifici, stimolanti e raggiungibili”.

 

Quando si sono incontrati per la prima volta, il secondo giorno del 1969, i Beatles avevano un compito che rientrava più o meno in questi criteri: scrivere canzoni sufficienti a creare un nuovo album in pochi giorni, suonandole poi nel corso di uno speciale televisivo. Ma come riuscirci è stato lasciato perlopiù frutto della loro iniziativa. Le cose non vanno sempre per il verso giusto. A un certo punto Paul desidera una “figura paterna dominante” che gli faccia rispettare le scadenze. Eppure la combinazione di scadenze e autonomia fornisce risultati notevoli.

 

 

Ci sono limiti a ciò che si può imparare da Get back. I Beatles non sono sempre solidali tra loro: George, sentendosi ignorato da John e Paul, lascia per un breve periodo il gruppo. La droga ha avuto un ruolo nella loro produzione e l’lsd può essere un tabù per alcuni manager. Anche se l’abilità tecnica non è l’unico fattore determinante per il loro successo, è vero che il talento puro li ha aiutati. Qualsiasi complesso musicale con un Lennon, un McCartney e un Harrison partirebbe avvantaggiato.

 

Ma c’è una lezione più ampia che arriva forte e chiara. I Beatles amano quello che fanno. Quando non suonano, parlano di musica o ci pensano. Fanno una registrazione dopo l’altra delle loro stesse canzoni e improvvisano costantemente. I manager che pensano che la costruzione di uno spirito di squadra richieda un’attività separata dal lavoro – un momento di pura ricreazione, dedicato ad attività come il lancio dell’ascia o le battaglie di gif o qualcosa di altrettanto orribile – non capiscono un punto fondamentale. Le squadre più efficienti traggono la loro più grande soddisfazione non l’uno dall’altro, ma dal lavoro che fanno insieme.

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(The Economist - London - Traduzione di Federico Ferrone per "Internazionale" - Abbonatevi per sostenere l'informazione di qualità)

 

 

LA GRANDE ARTE

 

Venezia prepara una eccezionale retrospettiva dedicata ad Anish Kapoor. Due le sedi

di Mario Vinciguerra

 

VENEZIA - In concomitanza con la prossima Biennale d'Arte di Venezia, le Gallerie dell’Accademia e Palazzo Manfrin preparano una grande mostra dedicata ad Anish Kapoor. Vi figureranno anche le nuove opere fortemente innovative. La mostra si terrà dal 20 aprile al 9 ottobre 2022.

 

Secondo quanto annunciato l’esposizione sarà una retrospettiva che ripercorrerà i momenti salienti della carriera del celebre artista; saranno inoltre presentati lavori inediti. Per la prima volta saranno infatti esposte le nuove opere fortemente innovative, realizzate utilizzando la nanotecnologia del carbonio, oltre ai recenti dipinti e alle sculture che testimoniano la vitalità e la spinta visionaria dell’attuale produzione artistica del maestro. 

 

Il percorso espositivo, a cura di Taco Dibbits, sarà allestito alle Gallerie dell’Accademia e nello storico Palazzo Manfrin, nel sestiere Cannaregio di Venezia, alla cui collezione apparteneva in origine un nucleo significativo di capolavori oggi esposti all’interno del museo. Acquistato nel 1788 dal conte Girolamo Manfrin, ricco commerciante di tabacco, il quale aveva trasformato il primo piano dell’edificio in una galleria d’arte, Palazzo Manfrin è stato considerato per la sua raccolta di dipinti, ma anche di sculture, libri e stampe, una sorta di completamento del patrimonio di pittura veneziana esposto all’Accademia di Belle Arti. La Galleria era diventata infatti una delle maggiori attrazioni turistiche di Venezia, visitata, tra gli altri, da Antonio Canova, Lord Byron, John Ruskin ed Edouard Manet.

 

Quando, intorno alla metà dell’Ottocento, le opere della collezione vennero vendute, dopo la morte di Manfrin, il patrimonio delle Gallerie dell’Accademia si arricchì di ventuno dipinti, tra cui alcuni dei suoi maggiori capolavori, come La Tempesta e La Vecchia di Giorgione, il San Giorgio di Andrea Mantegna e il Ritratto di giovane uomo di Hans Memling, la Madonna in trono con il Bambino e un devoto di Nicolò di Pietro, i Santi Paolo e Antonio eremiti di Girolamo Savoldo, San Pietro e San Giovani Battista di Alessandro Bonvicino, detto Moretto.

 

La scelta di Kapoor di Palazzo Manfrin come sede della sua fondazione artistica, il cui progetto di restauro, è stato affidato all’architetta Giulia Foscari, è significativa per il legame che il palazzo ha con le Gallerie, che rappresentano la più importante collezione d’arte veneziana e veneta del mondo. In questa prospettiva, le opere di uno dei maggiori artisti contemporanei si ricollegano a un preciso contesto artistico di importanti esperienze e riferimenti, facendo rivivere la storia di Venezia e della sua tradizione pittorica, alla quale Anish Kapoor attinge costantemente come fonte d’ispirazione e creatività.

 

“È un grande onore essere invitato a confrontarmi con le collezioni delle Gallerie dell’Accademia di Venezia; forse una delle più belle collezioni di pittura classica di tutto il mondo”, ha affermato Kapoor. “Tutta l’arte deve sempre confrontarsi con ciò che è accaduto prima. Le Gallerie dell’Accademia rappresentano una sfida meravigliosa e stupefacente. Sento un profondo legame con Venezia, è l’architettura e la sua vocazione per l’arte contemporanea”. 

 

“Kapoor, in virtù delle sue originali e profonde ricerche sul colore, sulla luce, sulla prospettiva e sullo spazio”, commenta Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie, “va alla radice stessa dei principi della pittura rinascimentale veneta, ne indaga l’essenza e riesce a dialogare intimamente su un piano ideale – potremmo dire anche concettuale – con l’opera di Giovanni Bellini, di Giorgione, di Tiziano, di Veronese e di Tintoretto”. 

La mostra sarà accompagnata dal catalogo edito da Marsilio Arte

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(Mario Vinciguerra critico d'arte e letterario, collaboratore di Nuovo Observer)